Tutti al mare (senza chiedere le ferie)
"I nullafacenti. Perché e come reagire alla più grande ingiustizia della nostra amministrazione pubblica" era il titolo del libro che Pietro Ichino pubblicò per Mondadori nell'ottobre del 2006, infiammando il dibattito tra accademici e operatori di settore nei mesi successivi. La sua tesi era che i dipendenti pubblici lavorassero poco e fossero pagati troppo. Di conseguenza, egli sosteneva la necessità di individuare e licenziare i dipendenti totalmente improduttivi, così da migliorare l'azione dell'amministrazione pubblica e la situazione delle finanze pubbliche (senza bisogno di procedere a tagli alle spese e alla riduzione dei servizi erogati).
Con l'insediamento del nuovo ministro della funzione pubblica il tema è tornato al centro del dibattito e statistiche sull'assenteismo dei dipendenti pubblici sono tornate a riempire le pagine dei principali quotidiani nazionali. "Statali, boom di assenteisti: costano quasi un punto di Pil", "Comune, record di assenteismo", "Regione, troppi impiegati e alto assenteismo" sono solo alcuni dei titoli degli articoli che si leggono ormai quotidianamente sui giornali.
Al di là di alcune semplificazioni e facili generalizzazioni, pare evidente come se la presenza sul posto di lavoro non sia garanzia di produttività, l'assenza non possa che minarne il raggiungimento.
Prescindendo dagli interventi utili per arginare il fenomeno nel breve periodo, se non si accetta la tesi secondo cui esistono persone poco propense al lavoro per cui il pubblico impiego rappresenta un'attraente prospettiva, sembra interessante esplorare le determinanti di livelli di assenteismo ritenuti elevati. L'intento è quello di individuarne le cause sulle quali agire per eliminare il fenomeno nel lungo periodo.
In questa logica, nell'ambito dell'Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche della Sda Bocconi si è condotta un'indagine volta a indagare non solo il tasso effettivo di assenteismo negli enti territoriali italiani, quanto piuttosto ad apprezzarne determinanti e cause.
Alcuni aspetti relativi alle caratteristiche individuali dei dipendenti pubblici (età, genere, anzianità di servizio, livello di istruzione, ecc.), alle condizioni organizzative in cui operano (posizione organizzativa, tipologia contrattuale, modalità retributiva ecc.) e agli elementi di contesto (localizzazione geografica, tipologia di ente, capitale sociale ecc.) sono stati sottoposti ad esame.
I primi risultati restituiscono un quadro con poche sorprese: il numero di assenze risulta maggiore negli enti del sud Italia, negli enti con una maggiore incidenza femminile e negli enti con una maggiore età media; tali risultati non valgono se si considerano i soli enti del sud, dove la presenza femminile e l'età non sembrano essere forieri di un maggior tasso di assenze. Più interessante pare il fatto che il numero di assenze sembra aumentare a poco a poco che aumenta la distanza tra amministrazione e cittadino (i dipendenti regionali sembrano più assenteisti di quelli provinciali e di quelli comunali). Alla luce di queste brevi considerazioni, emerge chiaramente come il cosiddetto assenteismo sia un fenomeno ben più complesso di quanto si legga oggi sui giornali, che investe la sfera socio-culturale del paese. Interventi di breve periodo possono arginarlo nell'immediato, ma per una sua risoluzione sembrano opportuni interventi strutturali in grado di coinvolgere tanto i dipendenti pubblici, quanto i politici e gli stessi cittadini.