Turismo. Una politica senza progetti ci lascia nel guado
Dove sia finita la politica del turismo se lo chiedono in molti, soprattutto dopo l'ennesimo convegno per il rilancio del settore. Anche il più recente di Confturismo a Torino, pur di ottimo spessore, pare destinato a giustificare l'ironico titolo di qualche tempo fa su Italia Oggi: "Rilanciare il turismo? Facciamo un bel convegno".
Oltre al Forum internazionale di Torino, ha attirato l'attenzione degli analisti quello organizzato a Roma dall'Osservatorio parlamentare per il turismo. Ancora una volta, è mancato un costruttivo follow up. Che 'osservare' il settore sia imperativo per procedere al suo rilancio, nessuno lo nega. Non è però noto ciò che l'osservatorio intenda portare avanti come proposta politica, magari tenendo conto di ciò che suggeriscono le associazioni di categoria.
Mancano progetti legislativi e proposte di strategie di ripresa e di sviluppo. Mancano gli elementi da porre a fondamento di una vera politica turistica italiana. Tra le proposte c'è quella di una riforma che ristabilisca il centralismo romano per un comparto che un referendum popolare decapitò del relativo ministero per riaffermare le competenze costituzionali delle regioni.
Visti i risultati non esaltanti delle politiche turistiche regionali, c'è così chi pensa a una sorta di ministro senza portafoglio come strumento di coordinamento stato-regioni e c'è anche chi si preoccupa, a ragione, di una riforma parallela a quella federalista. Ciò che appare chiaro è l'urgente necessità di una scelta ben definita.
Il turismo necessita di urgenti provvedimenti che, per cominciare, intervengano sul prodotto per facilitarne qualità e costi competitivi. Il primo difetto del sistema è la mancanza di collegialità sulla materia da parte dell'esecutivo nazionale, che sembra ignorare la trasversalità del fenomeno e la sua importanza per l'economia del paese (con l'indotto, il comparto occupa tre milioni di operatori e partecipa al pil per circa il 12%).
E se si guardasse anche al passato delle discussioni sul tema, si eviterebbero ripetitività e ovvietà che caratterizzano conferenze e seminari e si avrebbero utili indicazioni per impostare un programma di politica turistica. Il materiale è ricco, sin dagli atti della Conferenza nazionale del 1966, presieduta da Aldo Moro. A quella conferenza parteciparono, con il ministro del turismo dell'epoca, Achille Corona, undici ministri e tre illustri relatori: Nino Andreatta, che affrontò il tema delle politiche commerciali e delle strutture territoriali, Francesco Forte che si cimentò su problemi e prospettive per lo sviluppo del turismo e Giorgio Ruffolo, che parlò del turismo nella politica di piano. Per una rilettura di quei documenti c'è la disponibilità di testimoni privilegiati che contribuirono a redigerli come Franco Paloscia, uno dei più noti esperti del settore.
Inoltre, per un'utile rilettura delle cose da fare e di quelle da non fare, ci sarebbero le leggi quadro del 1983 e del 2001, mai completamente attuate. Senza dimenticare la legislazione delle regioni, che necessita di un'urgente armonizzazione con quella nazionale. Si tratta di una normativa da rivedere soprattutto nella relativa spesa che, tenuto conto delle indicazioni della politica («per ogni euro speso in propaganda ci deve essere l'arrivo di un turista»), avrebbe dovuto dare già segnali di ripresa del settore.
In proposito sarebbe opportuno 'osservare' i rendiconti (se esistono) delle attività promozionali delle 1.800 istituzioni che si occupano di turismo. E i documenti di Banca d'Italia, Istat, Censis e Cnel (il Libro Bianco sull'Antiturismo), senza tralasciare il 'modello spagnolo', non soltanto per il suo Piano integrale della qualità, che è alla base della forte crescita dei nostri concorrenti iberici, ma anche per il 'Futures' del 1974 che risolse un problema di conflitti di competenza stato-regioni molto simile a quello italiano. Più recentemente, gli studi relativi al Colloquio 5+5 dell'Unione Europea, che stanno dando il via a un piano dipolitica turistica per il Mediterraneo, dove però l'Italia e le sue regioni brillano per la loro assenza.