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Troppa spesa, poca difesa

, di Carlo Altomonte
Oltre 300 miliardi l’anno non bastano: la frammentazione impedisce all’Unione europea di diventare un attore strategico

La difesa europea si trova oggi davanti a un passaggio critico, in termini industriali, tecnologici e politici. Per anni il dibattito si è concentrato sulla quantità della spesa in Europa, di solito rapportato in termini di PIL, ma il vero nodo oggi è la qualità di questa spesa e, soprattutto, la sua frammentazione. L’Europa spende complessivamente oltre 300 miliardi di euro all’anno in difesa, una cifra paragonabile a quella della Cina e seconda solo agli Stati Uniti. Eppure questa massa critica non si traduce in capacità strategica equivalente. Il continente continua a dipendere in modo significativo da tecnologie, sistemi e capacità operative esterne, mentre i programmi industriali restano dispersi su base nazionale, con duplicazioni e inefficienze strutturali.

Frammentazione industriale e limiti strutturali

Oggi in Europa operano decine di piattaforme diverse per sistemi d’arma che negli Stati Uniti sono concentrati in pochi modelli standardizzati. La frammentazione si riflette anche nelle filiere industriali, nei processi di procurement e negli standard tecnologici, riducendo le economie di scala e rallentando l’innovazione. Tuttavia, in un contesto in cui la competizione globale si gioca sempre più su tecnologie come intelligenza artificiale, semiconduttori, cyber e spazio, caratterizzati da costi fissi elevati e dunque importanti economie di scala, questo modello rischia di diventare un vincolo strategico.

Il nuovo equilibrio transatlantico

Il cambiamento del contesto internazionale rende questa situazione ancora meno sostenibile. La nuova strategia americana ha chiarito che l’Europa non può più essere considerata un semplice beneficiario della sicurezza pagata dagli Stati Uniti, ma deve diventare un attore capace di contribuire in modo autonomo alla stabilità del continente europeo. Questo non implica un disimpegno degli Stati Uniti, ma una ridefinizione del rapporto. La deterrenza americana resta, in ambito NATO, ma è sempre più condizionata alla capacità europea di organizzarsi come sistema coerente.

Dalla cooperazione all’integrazione

Affinché tutto questo avvenga in maniera efficiente, occorre un passaggio da strumenti di spesa nazionali a piattaforme comuni. Non si tratta semplicemente di cooperazione tra Stati, che l’Europa pratica da decenni con risultati limitati, ma di integrazione a monte. Significa progettare sistemi interoperabili fin dall’inizio, costruire filiere industriali su scala europea, condividere dati, standard e capacità tecnologiche.

I primi segnali di questa trasformazione sono già visibili e, per la prima volta, non si limitano a dichiarazioni politiche ma prendono la forma di strumenti concreti. I programmi europei di procurement congiunto, i nuovi meccanismi finanziari e le iniziative industriali comuni stanno progressivamente delineando un cambio di paradigma: non più coordinamento tra sistemi nazionali, ma costruzione di capacità condivise.

Le nuove politiche europee e la sfida della governance

In questo contesto si inseriscono iniziative come l’European Defence Industrial Strategy (EDIS), che definisce una traiettoria di lungo periodo per rafforzare la base industriale europea della difesa, e punta esplicitamente a spostare una quota crescente degli acquisti militari verso fornitori europei e a promuovere programmi congiunti, creando così le condizioni per economie di scala e maggiore interoperabilità. A questo si affianca l’European Defence Industry Programme (EDIP), che rappresenta il primo tentativo di tradurre questa strategia in strumenti operativi e finanziari, e dunque il superamento della logica puramente nazionale nella pianificazione industriale della difesa. Ancora più rilevante è l’evoluzione verso strumenti di finanziamento su scala europea ispirati alla logica del programma SAFE (Security Action for Europe), che negli ultimi anni ha fatto da modello per iniziative di coordinamento degli investimenti in ambito sicurezza e resilienza. L’approccio SAFE introduce una logica di piattaforma anche sul piano finanziario: mobilitare risorse comuni, facilitare il procurement congiunto e ridurre il rischio per gli investimenti privati.

Queste iniziative, prese insieme, indicano una direzione chiara. L’obiettivo non è solo aumentare la spesa, ma trasformarne la struttura, passando da una somma di decisioni nazionali a un sistema integrato di investimenti, produzione e innovazione. La sfida ora è di scala e di governance: senza un’accelerazione significativa delle risorse e senza una maggiore integrazione tra Stati membri, il rischio è che questi strumenti restino parziali. Ma se consolidati e ampliati, EDIP, EDIS e i programmi ispirati a SAFE possono rappresentare l’architrave di quella transizione verso piattaforme comuni che è ormai indispensabile per il futuro della difesa europea. Il punto di arrivo non è necessariamente un esercito europeo, ma un ecosistema integrato in cui industria, tecnologia e capacità operative convergono. 

Il futuro dell’Europa

La vera scelta, quindi, non è tra più o meno spesa, ma tra continuare a operare in ordine sparso o costruire una piattaforma comune capace di generare massa critica. Nel primo caso, l’Europa resterà un attore incompleto, dipendente e vulnerabile. Nel secondo, potrà trasformare la difesa in uno dei pilastri della propria sovranità economica e strategica.

CARLO ALTOMONTE

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche