Senza condivisione non cambiare la Costituzione
Per parlare di riforme costituzionali bisogna porre due domande di fondo: cosa riformare e come farlo? Incominciamo da quest'ultimo punto. La Costituzione italiana, come la quasi totalità delle costituzioni contemporanee, richiede una maggioranza qualificata per la propria modifica: perché il progetto di riforma sia approvato, deve essere votato almeno dalla metà più uno dei parlamentari. Se la maggioranza è superiore a quella assoluta, ma inferiore ai due terzi, può essere richiesto un referendum, per consegnare al popolo la parola definitiva.
Quando il Costituente ha disciplinato il procedimento di revisione, immaginava che le modifiche alla Costituzione dovessero mettere d'accordo la maggioranza e almeno una parte delle opposizioni. L'innalzamento delle maggioranze, cioè, era finalizzato a impedire riforme costituzionali approvate da una sola parte politica. Queste complesse architetture costituzionali sono state significativamente alterate dalla riforma elettorale del 1993, che ha indotto un regime bipolare, in cui la maggioranza parlamentare contingente dispone di un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta. In sintesi, da allora è molto più semplice modificare la Costituzione 'a colpi di maggioranza'. Questo, purtroppo, è accaduto in occasione della più importante riforma, quella del 2001, che ha modificato il Titolo V, cioè i rapporti tra lo stato e gli altri enti territoriali. Dopo un lungo iter, il progetto fu approvato con i soli voti della maggioranza di centro-sinistra e poi confermato dall'esito referendario. Questo brutto precedente non dovrebbe trovare conferme in caso di nuove modifiche della Costituzione. L'auspicio è che l'attuale maggioranza parlamentare, pur disponendo ampiamente dei voti necessari per approvare le riforme, coinvolga le opposizioni in progetti quanto più possibile condivisi. Sotto opposta prospettiva, è indispensabile che le opposizioni offrano un reale contributo al dialogo, evitando atteggiamenti aventiniani, di 'muro contro muro', che non paiono giustificabili quando la posta in gioco è la modifica della Costituzione.
Con questa premessa sul metodo, bisogna chiedersi cosa modificare. L'agenda del governo non è chiara: si va dalla giustizia al federalismo, dalla forma di governo al bicameralismo. È lecito pensare che alcuni di questi temi saranno portati avanti, mentre altri rimarranno indietro. Un punto è comunque essenziale: evitare tentazioni esterofile, pensando di risolvere i mali nostrani con una sequenza di legal transplants.
Quello che funziona negli Stati Uniti, non necessariamente funziona da noi. E uguale discorso vale per gli altri paesi. Ciò rileva soprattutto per un'eventuale modifica della forma di governo. Dopo lo scontro Berlusconi-Napolitano sul caso Englaro, è probabile che si riapra il tema di come rafforzare il ruolo del governo. È vero che il contesto attuale di costante accelerazione sociale richiede organi di governo efficienti e capaci di reagire in tempi brevi. Sotto questo profilo si può condividere la preoccupazione per un sistema di potere che rispecchia ancora dinamiche di stampo 'fordista', che nel tessuto economico e sociale sono ormai relegate ai libri di storia.
La tentazione di un esecutivo forte, con un leader decisionista e carico di poteri, si giustifica così. Ma qualunque prospettiva di riforma non deve dimenticare le peculiarità e la storia del nostro paese, compreso il suo tessuto sociale e politico: il modello presidenziale statunitense funziona in un paese, che ha un'estensione geografica molto diversa dal nostro, una storia diversa e un ruolo dei partiti politici profondamente diverso. Analogo discorso vale per il semipresidenzialismo francese, che si è faticosamente assestato negli anni, compensando gli squilibri di un modello anomalo, ritagliato forse un po' frettolosamente sul figurino del Generale De Gaulle.
Dialogo e prudenza, dunque, per trovare riforme condivise. Altrimenti è molto meglio tenersi la Costituzione attuale, che ha sempre mostrato il suo grande valore.