Sempre online, e il post-consumatore si perde
Nel descrivere la diffusione della televisione, lo studioso Marshall McLuhan impiegò l'immagine di una implosione. Per decenni le tecnologie dei trasporti hanno consentito di raggiungere fisicamente posti lontani. La televisione ha consentito di allargare la propria percezione, il proprio sistema nervoso, di far 'implodere' dentro casa e dentro il proprio sguardo avvenimenti e storie che accadono in un altrove irraggiungibile. Il web rappresenta una modalità di comunicazione che sofistica e rende interattiva questa estensione della percezione umana. Grazie al web è possibile comunicare in modo personale con altri soggetti, in un modo interattivo che si avvicina sempre di più a comunicazioni face-to-face. E si va oltre, nel web 2.0. William Gibson preconizzava nel suo romanzo Neuromante un mondo in cui l'accesso alla rete non è una componente integrativa della vita, ma la vita stessa. I social network del web 2.0 non sono l'attuazione di tale visione distopica, ma ne richiamano alcuni caratteri, come la tendenza a mettere online molti aspetti della propria vita, una pubblicizzazione del privato che i social network spesso mostrano (in un'interessante eco di quanto accade in televisione con i reality show).
Le tecnologie mediatiche e di comunicazione si accompagnano, come tutte le tecnologie, a nuove opportunità, ma anche a nuove paure. Così la televisione è sempre accompagnata, ad esempio, dal timore di contenuti inappropriati per fasce sensibili di pubblico. Altrettanto è accaduto per i contenuti del web 1.0. Oggi si replica in modo nuovo col web 2.0, ossia con la rete intesa come piattaforma di socialità. Parti significative della nostra vita sono spostate sulla rete. Dichiariamo i nostri sogni, aggiorniamo sulle singole circostanze quotidiane, rendiamo pubbliche foto che in passato erano destinate a polverosi album di ricordi privati. Ciò fa emergere un dibattito sulla privacy dell'utente e del consumatore online.
Da un mondo in cui si temeva cosa potesse entrare in casa tramite lo schermo televisivo, si è passati a un mondo in cui si paventa cosa di noi possa essere lasciato in rete a disposizione di chiunque. Si può giungere al paradosso che un album di famiglia, una volta online, diventi legalmente di proprietà del gestore del sito. I più scettici si chiedono quanta parte della nostra vita sia davvero nostra.
Recentemente, il progetto Beacon di Facebook ha mostrato le nervature del dibattito sulla privacy. Beacon fu lanciato nel novembre del 2007 come sistema che consentiva automaticamente di rendere visibile sulla pagina di ciascun membro del network gli acquisti eseguiti su altri siti affiliati a Beacon. In tal modo, se un cliente acquistava un libro su un sito affiliato al sistema, la transazione era resa automaticamente visibile agli amici di Facebook. Il sistema ricevette numerose critiche concernenti la violazione della privacy dei consumatori. L'episodio mostra come la linea di confine fra vita reale e vite online possa diventare labile. Ciò non implica certo una presunta pericolosità intrinseca della rete, bensì la necessità di comprenderne la potente natura innovativa per meglio gestirla.
Si palesa un essere umano "always on", interconnesso, in costante scambio di informazioni con altri soggetti, anche involontariamente. Siamo forse verso il post-consumatore?