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Ritorno a Bretton Woods

, di Franco Bruni - professore ordinario di teoria e politica monetaria internazionale
Ma una situazione internazionale più frammentata rende ogni accordo più laborioso

L'idea di una nuova Bretton Woods circola da tempo. È una delle manifestazioni del desiderio di migliorare la governance della globalizzazione e, in seguito alla crisi finanziaria, si è andata rafforzando.

L'anno prossimo l'Italia presiederà il G8, un'occasione per contribuire a nuovi accordi multilaterali. L'agenda di una conferenza che ricordi quella tenutasi nel New Hampshire nel luglio del 1944 avrebbe almeno quattro capitoli.

Il primo capitolo è quello macro-monetario. Rinnovare gli accordi per tenere in ordine i tassi di cambio e in equilibrio di medio-periodo le bilance dei pagamenti. Alla radice del problema ci sono le politiche monetarie nazionali: occorre rendere più omogenee le loro strategie di reazione all'evolvere dell'inflazione, della crescita e della stabilità finanziaria.

Il secondo deriva direttamente dalla crisi in corso e riguarda la regolamentazione e la vigilanza finanziarie. Con la finanza globalizzata non si possono avere regole troppo diverse, applicate diversamente da autorità nazionali, persino nell'area dell'euro. Se le regole non convergono e la vigilanza non è messa in comune è perché le opinioni differiscono e ci sono conflitti di interesse e di potere, burocratico e politico. Mettersi attorno a un tavolo a discuterne è necessario ma non è sufficiente.

Il terzo è la libertà del commercio internazionale. Il tema è complementare a quello dei tassi di cambio: nel dopoguerra gli accordi di libero scambio furono firmati tre anni dopo Bretton Woods ma il sistema dei cambi fu disegnato proprio per facilitare lo sviluppo del commercio, indispensabile per la ricostruzione. Purtroppo il Wto è in una fase difficile e controversa. È stato accusato di eccessivo liberismo anche da chi si è speso per raccomandare una "nuova Bretton Woods".

Il quarto riguarda lo sviluppo economico dei paesi meno avanzati. Era ben presente a Bretton Woods, dove nacque la Banca mondiale. Questo punto è oggi complicato dalle grandi economie emergenti, i cui interessi si inseriscono in modo nuovo fra quelli dei mondi più e meno sviluppati. Inoltre la disponibilità di risorse per aiutare il sottosviluppo è scarsa.

Quattro capitoli difficili. E non è facile trovare il metodo multilaterale per affrontarli. Bretton Woods era una faccenda fra i vincitori della guerra mondiale, con gli Usa in una posizione di leadership naturale. Oggi occorrerebbe un reciproco riconoscimento di parità fra paesi numerosi e diversi, a lungo divisi da ostilità, differenze di ricchezza e di potere, pregiudizi culturali e nazionalismi.

Recentemente Giulio Tremonti è passato dall'auspicio di una nuova Bretton Woods a quello di "qualcosa che assomigli di più alla pace di Westfalia". A parte la ricerca di una geopolitica meno neomedievale di quella attuale e meno asimmetrica di quella dell'ultimo dopoguerra, l'aspetto westfaliano delicato è accordarsi sulla calibratura del ruolo degli stati nazionali, del quale i trattati del 1648 sancirono il trionfo.

È disposta, la governance dell'economia mondiale, a riconoscere la forza di mercati sostanzialmente globali e privati, a fidarsi della loro capacità di autoregolamentarsi e a gestirli con agenzie che, pur controllate e indirizzate dai governi nazionali, abbiano missioni sovranazionali e significativa autonomia? Nel gergo Ue: si può usare, a livello globale, un metodo tendenzialmente "comunitario", o si deve restare strettamente "intergovernativi", rifuggendo ogni utopia sovranazionale?

Il desiderio di muoversi verso una "nuova Bretton Woods" non deve nasconderci che l'ordine del giorno è arduo e naviga in un brodo culturale impreparato a salti di qualità. Sempre che, a farci fare imprevedibili salti, non sia il grande shock della crisi in corso.