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Ritorno al passato per capire il futuro dell'informazione

, di Lorenzo Martini
Luca De Biase, alumnus Bocconi, responsabile di Nova24 e presidente della Fondazione Ahref, e' uno storico di formazione e sostiene serva uno sguardo di lunga durata per distinguere tra il florilegio di novita' e le poche innovazioni

Protegge gelosamente i propri sorrisi Luca De Biase. Ne espone timidamente qualcuno a beneficio del fotografo, ma gli unici spontanei che gli increspano la barba sono quelli che affiorano quando si parla della Bocconi. L'università milanese è stata un desiderio, poi un obiettivo raggiunto, un laboratorio professionale e umano prima di diventare la catapulta verso le esperienze successive. Oggi, a 57 anni, De Biase è direttore ed editor di Nòva, inserto e web magazine del Sole-24Ore, e uno degli esperti di innovazione più attenti ai mutamenti in atto nel mondo dell'informazione. "L'indirizzo in Discipline economiche e sociali della Bocconi ha unito un solido inquadramento sull'economia politica con l'apertura della prospettiva storica verso i grandi cambiamenti sociali e culturali. Quello sguardo sui fatti di lunga durata, omnicomprensivo, ecologicamente consapevole, è l'impronta che ancora oggi segna il mio modo di interpretare i mutamenti e le continuità della nostra epoca per distinguere tra il florilegio di novità quelle poche ma importanti che possiamo chiamare innovazione".

Tra i temi ricorrenti nella sua ricerca c'è quello dell'informazione. Perché lo ritiene così centrale?

Come società e come individui decidiamo e agiamo sulla base di quello che sappiamo. I media sono lo strumento con il quale ci raccontiamo l'ambiente nel quale viviamo, e per questo sono tutto fuorché strumenti asettici o privi di conseguenza. Oggi sta cambiando la struttura dei media: mentre prima al centro di tutto c'era una scarsezza di mezzi e di spazi a disposizione per pubblicare, oggi, con il digitale, le risorse strategiche sono diventate il tempo del lettore e le fonti considerate rilevanti. Questo significa che il potere dell'informazione di fatto sta passando dagli editori al pubblico.

Una rivoluzione che mette in discussione molti ruoli, primo fra tutti quello del giornalista.

Come si fa a non considerare questa una sfida avvincente e bellissima? Molti di noi e dei nostri colleghi hanno iniziato a fare questo mestiere proprio per servire il pubblico. Questo è il vero compito che dobbiamo recuperare. Nella rivoluzione generata dal cambiamento tecnologico e organizzativo, resta il filo conduttore della qualità dell'informazione, che è figlia di un metodo che ha leggi certe: accuratezza, indipendenza, completezza, legalità. E che diventa tanto più importante adesso che partecipano al confronto persone che non fanno questo di mestiere.

Si riferisce al fatto che sul web in generale, e ancor più nei social network, l'informazione accusa la mancanza di punti di riferimento?

Network e social network alimentano l'opinionizzazione delle notizie. Che non è un male di per sé perché anche questa contiene delle informazioni. Ma come stanno le cose non è un parere, è un'ipotesi condivisa sulla base di un metodo condiviso. Non credo nell'oggettività dell'informazione ma credo che abbiamo bisogno di sapere come stanno le cose insieme agli altri perché i fatti sono quello che abbiamo in comune, le opinioni continueranno a dividerci ma è giusto che sia così.

Intorno al tema della qualità dell'informazione sul web opera anche la Fondazione Ahref, di cui lei è presidente. Qual è esattamente lo scopo che vi siete dati e il metodo con il quale valutate le caratteristiche di un'informazione di qualità?

Lavoriamo da tre anni su questi argomenti e una delle cose che abbiamo capito e sperimentato è che, tra gli elementi che influenzano la qualità dell'informazione, uno dei più determinanti è il modo, ovvero lo scopo, l'interfaccia, attraverso il quale le persone interagiscono. Ne abbiamo dedotto che si possano proporre ai cittadini piattaforme che includano un metodo, un codice di comportamento. La prova del nove l'abbiamo avuta quando il governo ci ha chiesto il modello per gestire la consultazione sul progetto di riforma costituzionale. Poteva nascerne una discussione rissosa e invece il 95% dei contributi è stato costruttivo. Questo perché ciò che si è fatto è stato pensato per renderlo probabile.

Ha accennato prima al modello di business degli editori. Come deve cambiare nell'impatto con il digitale?

Mettersi al servizio del tempo del pubblico significa cercarne l'attenzione. E l'attenzione si ottiene costruendo, intorno alle notizie, dei contesti di senso affascinanti, coinvolgenti. Da questo obiettivo gli editori non possono più scappare perché la pubblicità è cambiata drasticamente e spietatamente e ha, per esempio, strumenti più sofisticati per verificare e dunque valorizzare il contatto tra la pubblicazione e il lettore. Con il digitale la readership di un articolo o di un giornale è un dato preciso, composto dal numero di visualizzazioni, dal tempo trascorso sulle pagine... Sui giornali gli inserzionisti pagano per occupare uno spazio, con il digitale pagano per impegnare un tempo, che è una risorsa molto più interessante dal loro punto di vista. Gli editori devono farsela pagare.

Ma i lettori sono pronti, secondo lei, a pagare per un'informazione di qualità sul web?

Per alcuni materiali più specifici molti già lo fanno. Secondo una ricerca presentata da Hal Varian, il chief economist di Google, l'home page di un giornale on-line viene vista in media 70 secondi. Poco, tutto sommato. La stessa ricerca indica che i giornali su tablet restano aperti per 15 minuti. Evidentemente queste interfaccia è considerata di maggior valore e infatti gli abbonamenti ai giornali su tablet vanno piuttosto bene. Il lettore paga se ha un servizio che contemporaneamente dà le notizie ma le presenta in un modo che aiuta a riconoscerne il valore. La singola notizia che viaggia in rete non vale niente, il contesto di senso che la racchiude, la organizza, le dà significato, vale molto.

Da circa un anno lei è nel comitato di coordinamento per l'Agenda digitale italiana. Qual è la priorità dell'agenda?

L'Europa ha individuato sette pilastri fondamentali sui quali costruire un futuro digitale: dalle infrastrutture alla pubblica amministrazione, dall'alfabetizzazione informatica alla sanità... L'Italia è indietro su tutta la linea. Il governo ha scelto di cominciare a recuperare terreno partendo dalla p.a. e da tre grandi progetti relativi al rapporto Stato-cittadini: l'identità, l'anagrafe nazionale e la fatturazione elettronica. Renzi ha parlato recentemente anche dell'intenzione di avviare un'operazione di open gevernment con la certificazione e la tracciabilità di tutti i dati prodotti dalla p.a. È un'altra parte molto importante della modernizzazione dello Stato, che può diventare una risorsa per i cittadini e le imprese. La mia priorità, però, è relativa all'alfabetizzazione informatica. Qui veramente l'Italia ha un gap enorme da colmare e la scuola è il luogo chiave. 10 milioni di persone sono coinvolte tutto il giorno nella scuola eppure registriamo tassi di analfabetismo funzionale che sono più vicini a quelli del Messico che non a quelli della Germania. E' inaccettabile, perchè non è solo un freno all'utilizzo delle tecnologie ma alla capacità di immaginare quello che si può realizzare con questi strumenti.

Luca De Biase, direttore ed editor di Nòva, inserto e web magazine del Sole-24Ore [foto di Paolo Tonato]