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Quo vadis Parlamento europeo?

, di Giorgio Sacerdoti
L'equilibrio tra i governi e i rappresentanti direttamente eletti dell'assemblea è fondamentale perché l'Unione svolga a pieno il suo ruolo legislativo

Trenta anni fa, nel 1979, quella che era stata fino ad allora la 'Assemblea parlamentare' delle Comunità europee, composta da deputati part-time dei parlamenti nazionali, venne eletta per la prima volta a suffragio universale e assunse il nome di Parlamento europeo. Il nuovo nome voleva sottolineare il passaggio da un organo consultivo a un vero rappresentante dei popoli destinato ad assumere funzioni legislative.

Il cammino in questa direzione è stato notevole anche se ci sono voluti decenni e tuttora il Parlamento non esercita funzioni legislative in tutte le competenze europee. La co-decisione col Consiglio che rappresenta gli Stati membri, una conquista fondamentale del Trattato di Maastricht del 1992, non si applica a tutte le procedure. Sono tuttora limitati i suoi poteri in materia di bilancio e di accordi internazionali, mentre si è affermato il potere del Parlamento nei confronti della Commissione.Il nuovo Parlamento eletto il 7 giugno 2009 vedrà i suoi poteri legislativi considerevolmente ampliati quando il Trattato di Lisbona entrerà finalmente in vigore. Il 'deficit democratico' della Comunità verrà ulteriormente ridotto e non potrà più servire da pretesto per sminuire il ruolo dei parlamentari europei né come alibi per un loro ridotto impegno. Il pieno equilibrio tra governi dei paesi membri dell'Unione e rappresentanti direttamente eletti dal popolo è essenziale perché l'Unione europea svolga appieno il suo ruolo legislativo a livello continentale, dando ai problemi europei e globali una risposta adeguata alla loro dimensione. Nella recente crisi, invece, le istituzioni europee sono apparse piuttosto a rimorchio dei governi che hanno assunto la leadership, Francia, Germania, Gran Bretagna. È mancato persino un pronto coordinamento tra le azioni dei vari paesi a livello nazionale (vedi i sussidi alle industrie e i salvataggi delle banche), faticosamente messo in opera a posteriori. Per il futuro, il Parlamento deve approntare invece strumenti europei, adeguati alle dimensioni dei problemi, dalla vigilanza bancaria unitaria, alla supervisione su fondi e agenzie di rating, alle politiche industriali di rilancio delle nostre economie. Procedere in ordine sparso è una soluzione illusoria e il Parlamento non può né chiamarsi fuori né essere ignorato. A rischio è altrimenti l'esistenza stessa del mercato unico europeo regolato dal diritto e dalle istituzioni di Bruxelles per non parlare della pretesa dell'Europa di parlare con una sola voce nell'arena internazionale almeno nei settori di sua competenza (dove l'economia dovrebbe primeggiare). Questo richiede peraltro da parte del Parlamento trasparenza e responsabilità nella sua gestione interna. Le critiche al riguardo sono state frequenti e purtroppo giustificate invece, a causa di sprechi e opacità amministrative e politiche (vedi alla voce lobbies). Quanto al ruolo dei deputati italiani, è troppo chiedere che cessi lo scandalo delle assenze in aula e nelle commissioni (nonostante lo stipendio più alto) e la staffetta nel posto di euro-deputato? Gli italiani esprimono ancora un voto di preferenza alle elezioni europee. I nostri eurodeputati non dovrebbero trascurare questa particolare investitura democratica quando esercitano il loro mandato.