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Quando lo stato si fa holding

, di Andrea Colli - ordinario presso il Dipartimento di scienze sociali e politiche
La nascita dell'Iri all'indomani della crisi del '29

La crisi che seguì il crack americano del 1929 prese a far sentire i propri effetti in Italia nella seconda metà del 1930, investendo un paese il cui capitalismo industriale non era esente da una continua, pervasiva e crescente influenza da parte dello stato. Una azione che si era spinta sino all'impiego dello strumento del salvataggio di imprese, o addirittura settori, considerati di rilevanza strategica. Il difficile ritorno a un'economia normale dopo gli ipertrofismi del primo conflitto avevano consolidato tale pratica, sia in favore del sistema bancario che industriale.

Nel caso italiano la risposta ai venti di crisi che soffiavano sempre più impetuosi, e che minacciavano di sconvolgere banca e industria e di destabilizzare il sistema politico, era naturale dovesse passare attraverso la prassi dell'intervento pubblico. La modalità scelta fu senza precedenti per dimensioni e intensità. La creazione dell'Iri, un ente temporaneo che la tecnocrazia ministerialeindividuò come l'unico rimedio in grado di ridare in tempi rapidi stabilità al sistema, ebbe come principale conseguenza quella di creare un complesso di partecipazioni pubbliche di dimensioni inusitate nel mondo occidentale, destinato a durare per molti decenni. Ripulendo i bilanci delle maggiori banche da partecipazioni industriali ormai svalutate, l'Iri arrivò a controllare quote rilevanti, talora di monopolio, in alcuni settori, soprattutto in quelli a maggiore intensità di capitale. E, cosa non secondaria, dato che le imprese che rilevava dalle banche a loro volta partecipavano del capitale dei maggiori istituti di credito, l'Iri estese il proprio controllo anche a tale sezione del sistema creditizio, trasformandosi in una gigantesca holding diversificata da cui dipendeva oltre un quinto dell'intero capitale azionario del paese.

Si trattò tuttavia non di una soluzione estemporanea e presa sull'onda dell'emergenza, ma di una logica conclusione di un percorso di intervento pubblico avviato, seppure in forme diverse, a partire dalle prime fasi di sviluppo del capitalismo industriale italiano. Creativa era anche la fisionomia contabile del più clamoroso salvataggio della storia industriale del paese, individuata dal grande architetto di tutta l'operazione, Alberto Beneduce: i denari necessari a risanare i bilanci delle banche e delle imprese investite dalla crisi, circa 12,5 miliardi di lire dell'epoca (circa 13-15 miliardi di euro oggi), sarebbero dovuti giungere all'Iri attraverso emissioni obbligazionarie, garantite dal patrimonio dello stato, da collocare principalmente presso la componente sana del sistema bancario (banche popolari, casse di risparmio).

Al di là dei noti esiti di lungo periodo della creazione di un vastissimo apparato di imprese controllate dallo stato, la nascita dell'Iri permise di raggiungere una serie di obbiettivi immediati di estrema rilevanza: il salvataggio di una parte estremamente rilevante del sistema bancario, la stabilizzazione di una larga sezione del complesso industriale-manifatturiero, la garanzia di un flusso di risorse, ma anche competenze tecniche, in grado di consolidare efficacemente una situazione potenzialmente esplosiva. Su tali basi l'Iri – dichiarato ente permanente nel 1936 – continuò a giocare un ruolo trainante nel sistema industriale del paese. "Auspicabile" ma "non opportuna" venne giudicata la sua abolizione da parte degli stessi industriali privati dopo la guerra e la caduta del fascismo; trainante il suo ruolo nella modernizzazione del paese, nel corso degli anni del miracolo economico.