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I raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segnano un salto di qualità nello scontro mediorientale, colpendo direttamente il territorio di un regime che ha fondato la propria identità sull’opposizione a Washington e Gerusalemme. L’analisi ricostruisce l’architettura di deterrenza costruita da Teheran, la logica di contro-proliferazione nucleare alla base dell’intervento, i limiti strutturali del potere aereo e il peso di volontà politica e scorte militari nella guerra contemporanea, fino alle implicazioni più ampie per la competizione tra grandi potenze, a partire dagli interessi cinesi nel Golfo

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran rappresenta uno sviluppo di rilievo nella politica internazionale. Fin dalla sua nascita, la Repubblica islamica ha definito l’opposizione ai “Grandi” e “Piccoli” Satana — Stati Uniti e Israele — come pilastro della propria identità. Per decenni, tuttavia, né Washington né Gerusalemme avevano colpito apertamente il territorio iraniano o preso di mira la leadership del regime. Questa soglia è stata ora superata.

L’architettura di deterrenza indiretta di Teheran

Negli ultimi quarant’anni, la strategia iraniana si è fondata su tre pilastri. Primo: l’assenza di una base industriale e di alleanze tali da consentire la costruzione di uno strumento militare convenzionale comparabile a quello degli avversari.

Secondo: la creazione di un sistema di deterrenza regionale indiretta, composto da Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, milizie in Iraq, il regime siriano di Assad e gli Houthi in Yemen. Questa rete garantiva profondità strategica, negabilità e flessibilità nell’escalation, permettendo di minacciare Israele e di imporre costi ai partner regionali degli Stati Uniti, aumentando così il prezzo atteso di un attacco diretto contro l’Iran.

Terzo: un forte investimento in capacità asimmetriche — missili balistici, droni, strumenti cyber e capacità di interdizione navale nello Stretto di Hormuz. Strumenti incapaci di sconfiggere una forza convenzionale superiore, ma in grado di infliggere costi economici e psicologici. Una deterrenza “a basso costo” basata sulla punizione.

Contro-proliferazione nucleare e logica preventiva

Il possesso dell’arma nucleare avrebbe probabilmente rafforzato questa strategia. Avvicinarsi alla soglia nucleare consente di ottenere concessioni; superarla garantisce un potere negoziale ben maggiore.

Non conosciamo nel dettaglio il processo decisionale che ha portato ai raid congiunti. Tuttavia, la logica strutturale è chiara: Stati Uniti e Israele hanno storicamente cercato di impedire che avversari — e talvolta persino alleati — acquisissero armi nucleari. Le pressioni su Germania Ovest, Giappone e Corea del Sud durante la Guerra fredda, così come le azioni contro Iraq, Siria e Iran stesso, riflettono la consapevolezza del potere contrattuale conferito dall’arma atomica. È plausibile che Washington e Gerusalemme abbiano ritenuto Teheran prossima alla soglia nucleare e abbiano deciso di intervenire per impedirlo.

I limiti strutturali del potere aereo

Sul piano operativo, solo Stati Uniti e Israele dispongono delle capacità necessarie per condurre migliaia di attacchi coordinati contro obiettivi protetti e mobili in profondità nel territorio iraniano in tempi ristretti. La sofisticazione tecnologica è evidente.

Ma il potere aereo presenta limiti strutturali. Anzitutto, soffre di rendimenti marginali decrescenti: individuare nuovi obiettivi diventa progressivamente più costoso e il loro valore tende a diminuire. Inoltre, il potere aereo è efficace come strumento di negazione — per impedire manovre militari — ma molto meno come strumento coercitivo. Colpire ripetutamente un avversario determinato non garantisce un cambiamento politico e difficilmente produce un cambio di regime, soprattutto quando il regime è nato da una rivoluzione ed è stato progettato per resistere alle pressioni esterne.

Il fatto che obiettivi nucleari iraniani fossero già stati colpiti mesi fa e che oggi si intervenga nuovamente suggerisce che il successo tattico non coincide automaticamente con la vittoria strategica.

Guerra come scontro di volontà — e di scorte

Carl von Clausewitz definiva la guerra come uno scontro di volontà. La distruzione materiale conta, ma contano di più resistenza, coesione politica e determinazione. Sono questi fattori a plasmare la dinamica tra Stati Uniti e Israele, da un lato, e Iran dall’altro.

Nella guerra contemporanea, tuttavia, le scorte di munizioni sono decisive. La domanda cruciale è se Washington e Gerusalemme possano esaurire gli intercettori per la difesa aerea prima che Teheran consumi missili e droni — o viceversa. In teoria, le valutazioni di intelligence dovrebbero guidare queste scelte; in pratica, permane l’incertezza.

Percependo una minaccia esistenziale, il regime iraniano ha incentivi a estendere il conflitto, colpendo infrastrutture energetiche, monarchie del Golfo e altri obiettivi sensibili, nel tentativo di aumentare i costi per gli avversari e forzare una de-escalation.

È solo Iran o anche Cina?

Da Pechino, la sequenza degli eventi può apparire problematica: tentativi di stabilizzare la Russia, pressioni sul Venezuela, ora l’Iran. Si tratta di crisi regionali separate o di un indebolimento sistematico dei partner della Cina? Molti esponenti dell’attuale amministrazione americana hanno espresso da tempo posizioni apertamente critiche verso Pechino.

La priorità cinese in Medio Oriente è la stabilità, in particolare l’accesso sicuro e a prezzi contenuti alle risorse energetiche del Golfo. Un conflitto prolungato che compromettesse produzione e flussi marittimi danneggerebbe direttamente questo interesse. Pechino ha dunque incentivi alla de-escalation.

Allo stesso tempo, ogni crisi mediorientale assorbe attenzione strategica americana e consuma munizioni di precisione e sistemi di difesa che altrimenti sarebbero destinati all’Indo-Pacifico. Anche un’erosione limitata delle scorte statunitensi non è irrilevante in una prospettiva di competizione tra grandi potenze. La Cina difficilmente interverrà direttamente, ma osserverà con attenzione costi e sostenibilità dell’impegno americano su un ulteriore teatro.

Esiti possibili e vincoli strutturali

Un cambio di regime è teoricamente possibile, ma strutturalmente difficile. L’élite iraniana ha incentivi esistenziali a resistere, mentre Stati Uniti e Israele dispongono di strumenti militari potenti ma di leve politiche limitate per influenzare gli equilibri interni. Il sistema iraniano è stato costruito fin dall’inizio per neutralizzare minacce interne; la pressione militare esterna non modifica questo dato.

L’esito dipenderà probabilmente da due dinamiche: la capacità dell’Iran di imporre costi ai propri avversari, funzione delle sue scorte, e la capacità di Washington e Gerusalemme di sostenere nel tempo una strategia di colpi mirati contro la leadership emergente iraniana.

Nonostante tecnologia avanzata e ideologie radicali, la guerra resta ciò che è sempre stata: uno scontro di volontà.

Andrea Gilli

Non-resident Fellow IEP@BU

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