Ogni territorio è illuminato
I distretti economici si muovono, si "aprono" a nuove contaminazioni, anche se non in modo compatto. Ciò che emerge chiaramente in questi ultimi anni è che le imprese distrettuali non possono essere semplicisticamente trattate come categoria internamente indifferenziata. Sotto la generica etichetta del distretto, alcune aziende hanno scelto di svolgere il ruolo da leader; altre invece hanno deciso di accomodarsi sotto l'ombrello dei campioni. Un caso evidente è la presenza di alcune imprese internazionali nelle economie locali, innescata dall'ingresso dall'esterno di aziende frutto di scelte di localizzazione nella rete distrettuale locale o dalla forte crescita di imprese locali che diventano globali.
È stata una metamorfosi del sistema locale che, attraverso un lento processo di verticalizzazione della propria struttura, ha cercato di adeguarsi alla globalizzazione. La trasformazione impone una robusta discontinuità e il processo di rinnovo non è ancora terminato: bisogna non abbassare la guardia e vale la pena dettagliare gli ingredienti per la cura e la ricetta per giungere collettivamente a destinazione. Serve una nuova stagione dell'economia locale, facendo giocare al territorio un altro ruolo rispetto alle decadi del Novecento.
Il territorio necessita di skill terziarie, per elaborare nuovi business model che si concentrino su produzioni più intelligenti, magari decentrando la fabbricazione più operativa a minor valore aggiunto nei paesi in via di sviluppo e puntando maggiormente sui vantaggi dati dalle risorse intangibili, più in linea con i paradigmi della nuova concorrenza globale. Nell'economia della conoscenza, le nuove idee, la creatività, l'inventiva, la capacità di applicare il nuovo saper fare costituiscono le vere leve della competizione. Ed è sul territorio, e in particolare sulla trasformazione cognitiva del territorio che bisogna scommettere, facendo crescere le identità collettive di ambizione e di scala dimensionale. Tutti gli studi sul milieu innovateur ci confortano che la realtà urbana è ciò che riesce a produrre il miglioramento della creatività locale, la capacità di realizzare innovazioni e di ridurre l'incertezza attraverso una maggiore trasparenza informativa e un più veloce controllo sulle strategie delle imprese. È sul contesto geografico che si formano interessi e identità collettivi ed è pertanto lì che si può richiamare la responsabilità di tutti a rilanciare lo sviluppo e a razionalizzare spese e interventi. È sul territorio che si rilancia l'economia simbolica della città, mettendo in circolo le conoscenze implicite ed esplicite che sono disponibili nei vari operatori e contaminando con le necessarie intersezioni le comunità professionali che sanno affrontare il nuovo. Il distretto, con nodi di reti sempre più estese e interconnesse, attrae flussi di mobilità e, con le popolazioni immigrate, apre la comunità locale a una logica più interculturale. E anche il turismo diviene un'attività economica pregiata e non più residuale, tanto da rivitalizzare il tessuto insediativo urbano.
La cultura e la creatività divengono pertanto motore centrale e propulsivo dell'intera geografia locale, anche se non sono immaginabili distretti culturali che sostituiscano i distretti industriali (a meno che non esista in loco una rendita di posizione derivante dallo sfruttamento di "stock di capitale culturale", come nel caso delle città d'arte), né tantomeno sono da ricercare separazioni tra industrie tradizionali e industrie creative. La cultura e l'arte diventano più semplicemente tra gli input fondamentali del processo produttivo della nuova catena del valore. La risposta al nuovo stadio del distretto produttivo e del capitalismo territoriale è pertanto un distretto economico evoluto con complementarità strategiche tra filiere differenti, come è l'esempio recente di Torino, dove si è riusciti a far convivere la tradizione motoristica con il più fresco sviluppo del cinema e dell'audiovisivo.
In questo passaggio storico c'è un sostanziale cambiamento della politica industriale, che trasforma le economie locali da "eredità" a "progetto". I distretti non vengono più solo intesi come elementi storico-geografici della realtà economica del paese. I territori non sono più solo natura spontanea e auto-organizzata. Con il nuovo business model essi vengono pensati e agiti come strumenti di politica per l'innovazione. Come dicono gli urban studies, dove l'urbanistica si mescola all'economia regionale e alla sociologia delle professioni, il futuro è nelle mani del territorio illuminato, guidato e pianificato in modo consapevole, abile a rinnovare il proprio patrimonio di conoscenze, a partire da un ripensamento della creatività.