Non sono locuste
Il mercato del private equity nel corso degli ultimi mesi ha visto l'affacciarsi sulla scena mondiale di un nuovo protagonista. A fronte di una capitalizzazione di borsa a livello mondiale che a fine 2006 era pari a 50.300 miliardi di dollari, i Sovereign wealth funds (Swf o fondi governativi) con una dote di circa 3.000 miliardi di dollari si propongono oggi come un attore di primo piano sui mercati finanziari internazionali. Tra il 2005 e il 2007, pezzi del capitalismo storico occidentale come Sainsbury, Mgm-Metro Goldwin Mayer ma anche istituzioni finanziarie come Barclays, Hsbc, Blackstone e la Borsa di Londra hanno beneficiato dell'intervento finanziario dei fondi governativi che hanno acquistato in piena crisi subprime quote significative del loro capitale azionario. Gli opinionisti, dopo aver parlato degli hedge fund come di sciami di locuste, cominciano a guardare con una certa apprensione a questo processo di colonizzazione messo in atto da fondi nati nel Golfo Persico (Abu Dhabi investment authority, Kuwait investment authority, Qatar investment authority, Dubai world), in Cina (China investment corporation) o in Estremo Oriente (come nel caso del Swf di Singapore, Temasek o del Korea investment fund).
I fondi governativi nascono come necessità nei paesi esportatori e nei paesi con consistenti surplus da interscambio commerciale di trovare occasioni di investimento che vadano oltre il tradizionale impiego in titoli governativi a basso rischio. Di per sé, la presenza di questi nuovi investitori non dovrebbe costituire una minaccia alla stabilità del sistema finanziario. Anzi, l'atteggiamento piuttosto passivo nei confronti degli investimenti azionari (molti Swf dichiarano apertamente di negoziare l'acquisto dei pacchetti senza mettere in discussione l'operato del management e con l'obiettivo di monetizzare l'investimento in logica di medio-lungo termine) rappresenta spesso un contraltare efficace a una logica più opportunistica e di breve periodo che caratterizza gli hedge fund più attivisti. In aggiunta a ciò, il grado di leva finanziaria utilizzata da questi investitori per l'acquisto di pacchetti azionari è piuttosto bassa. In un momento storico in cui la liquidità investibile è scarsa e costosa e in cui molti Lbo in pipeline sono virtualmente bloccati, l'intervento dei Swf rappresenta un'alternativa di indubbio interesse.
Tuttavia, alcune preoccupazioni dominano il dibattito ed evidenziano alcuni aspetti meritevoli di attenzione.
Il primo problema riguarda la scarsa informativa relativa all'asset allocation e alla composizione del portafoglio di investimenti. Non è difficile, navigando sul web, verificare che il grado di disclosure di tali investitori è nella generalità dei casi molto basso, in taluni casi addirittura assente.
Il secondo elemento di attenzione è la difficoltà di valutare l'obiettivo finale perseguito con gli investimenti dei Swf. Stando a quanto l'esperienza storica finora accumulata ci mostra, l'atteggiamento nei confronti delle imprese target è molto passivo. Non è da escludere peraltro che in seguito all'acquisizione, il compratore possa influire sulle scelte strategiche e gestionali dell'impresa a vantaggio della propria realtà domestica.
Il terzo elemento è costituito dal fatto che le acquisizioni da parte dei Swf rappresentano un ritorno a un certo "capitalismo statalista" dopo un periodo segnato invece da liberalizzazioni di mercato e da privatizzazioni. I commentatori temono che le quote acquistate da parte dei Swf finiscano per essere sotto il controllo di organismi politici o entità controllate dagli stessi, in netto contrasto con gli obiettivi dichiarati di diffusione della proprietà privata attraverso privatizzazioni.