Non sempre la pluralità di livelli è la più efficiente
Che il nostro paese abbia un grande bisogno di modernizzazione è opinione condivisa da tutti. I contrasti e le differenze di vedute riguardano però i modi e gli strumenti di intervento. Da ormai parecchi anni, ma ancor più con l'ultimo governo, è stato posto un forte accento sull'esigenza di semplificazione, declinata nelle diverse forme dello snellimento della burocrazia, dell'agevolazione dell'iniziativa di attività economica, delle privatizzazioni e liberalizzazioni, dell'attuazione del principio di sussidiarietà e di altro ancora.
Fra le ricette che dovrebbero rendere più semplice ed efficiente il sistema-Italia una di primo piano è quella delle riforme istituzionali e in particolare della modifica in senso federale della forma di stato. Nella convinzione di molti, cioè, il federalismo dovrebbe portare, come conseguenza naturale, la semplificazione, la chiarezza, lo snellimento e ogni altro bene possa derivare dall'accorciamento della "filiera" del potere e dal collegamento più stretto tra rappresentanti e rappresentati.
Tutto questo può avere un fondo di verità, ma le alchimie della differenziazione e del pluralismo richiedono un approfondimento critico che vada oltre le petizioni di principio, a volte semplicistiche e superficiali.
Anche in questo campo i principi fondanti della Costituzione italiana del 1948 mostrano tutta la loro modernità: l'art. 5 Cost., infatti, individua nell'autonomia uno dei cardini dell'ordinamento. E l'autonomia è declinata in varie forme, territoriali e non: dalle università, alle regioni e al sistema degli enti locali. Per quanto qui interessa maggiormente, si deve sottolineare come il pluralismo e la previsione di autonomie territoriali sono da sempre nel codice genetico del costituzionalismo italiano. Il regionalismo, tuttavia, ha visto una tormentata attuazione, durata più di vent'anni, e poi alterne fortune, con non poche tensioni tra il centro e le periferie.
Non sempre, dunque, la pluralità dei livelli di governo porta a una maggiore efficienza e alla semplificazione della macchina pubblica: i rischi di malfunzionamento possono essere di diverso tipo. È il caso, anzitutto, delle moltiplicazioni degli uffici, delle strutture e, di conseguenza, della spesa pubblica: ancora in questi ultimi tempi sono emersi dati sorprendenti sui costi del personale delle diverse regioni, soprattutto in riferimento ad alcune regioni speciali, che pure dovrebbero avere più immediati legami tra spese ed entrate.
Di rilievo ancora maggiore è la moltiplicazione delle competenze, con una parcellizzazione tra livelli di governo che spesso ingenera contenzioso tra centro e periferia e confusione in capo ai destinatari di normative tanto stratificate. Si pensi, da un lato, ai sempre più frequenti ricorsi alla Corte costituzionale per conflitto di competenze tra regioni e governo centrale; dall'altro, alle notevoli difficoltà che devono affrontare le imprese, vittime di una sovraregolamentazione spesso schizofrenica.
La proliferazione dei centri di regolazione e la pari dignità istituzionale di tutti i livelli di governo, dunque, per un verso possono incarnare virtuosamente il principio autonomistico, ma dall'altro rischiano di ingenerare confusione regolatoria e ulteriori costi per le casse pubbliche, cui si aggiunga il crescente disincentivo per le imprese ad investire sul territorio italiano.
Una nuova riforma che voglia ulteriormente valorizzare le autonomie, dunque, dovrebbe anzitutto compiere uno sforzo chiarificatore sul riparto di competenze tra centro e periferia, impedendo incursioni dello stato centrale nella sfera regionale, ma pur sempre valorizzando il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, recentemente richiamato negli accorati interventi del presidente della Repubblica.