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Non bombardiamoci di anticrittogamici

, di Andrea Resti - associato presso il Dipartimento di finanza
La finanza è un sistema ecosistema delicato e i politici hanno dimostrato di non conoscerlo

La crisi del 1929 prese le mosse da un forte calo del mercato azionario, ma fu causata da una serie di errori di politica economica successivi: le limitazioni al commercio internazionale, dettate da un malinteso patriottismo economico, resero più povero il consumatore; la politica monetaria restrittiva esacerbò la fuga da consumi e investimenti.

Di fronte al calo delle azioni (in particolare bancarie) avvenuto nelle scorse settimane è dunque importante non ripetere gli errori del passato, abbracciando politiche sbagliate che peggiorano la situazione anziché risolverla.

Da questo punto di vista, le premesse non sono incoraggianti: si registrano infatti, da parte delle autorità politiche e di vigilanza, dichiarazioni molto critiche verso strumenti che, lungi dal rappresentare un pericolo per il mercato, ne facilitano l'ordinato funzionamento.

Consideriamo gli hedge fund, cioè i fondi d'investimento ad alto rischio riservati ai grandi investitori: un ministro della repubblica li ha definiti "demenziali e fuori dal sistema capitalistico". In realtà essi aiutano il sistema capitalistico e i mercati finanziari perché forniscono liquidità agli scambi; non sono parassiti, ma investitori che rischiano soldi propri (e non depositi), guadagnano e perdono (è accaduto recentemente per effetto dell'improvviso calo delle quotazioni petrolifere) anche se ovviamente tendono a dare più risalto alle performance positive.

Rispettano le regole, diversamente dalle cordate di capitani coraggiosi per cui le regole vengono modificate ad personam; e le rispettano anche quando esse vengono cambiate senza preavviso, come per il divieto di vendite allo scoperto introdotto nelle scorse settimane in Italia (e in numerosi mercati esteri) che ha causato danni e difficoltà ai gestori hedge.

Veniamo ora ai fondi sovrani, fondi d'investimento controllati dai governi dei paesi che negli ultimi anni hanno esportato beni in Occidente accumulando valuta pregiata.

Nelle scorse settimane alcuni di essi hanno manifestato interesse per il mercato italiano: una buona notizia, visto che i loro acquisti avrebbero risollevato i prezzi e fornito stabilità all'azionariato delle nostre grandi aziende. Ma un altro ministro ha chiosato che, prima di entrare nel nostro mercato, i fondi avrebbero dovuto stabilire "contatti rassicuranti" con il governo. Gli azionisti delle società in questione hanno così scoperto di essere proprietari a sovranità limitata, in possesso di azioni che si possono vendere, ma non comprare; non stupisce che i prezzi si siano avvitati al ribasso.

Per finire, la passivity rule. E' la regola che vuole che il management di una società oggetto di opa (offerta pubblica di acquisto) non possa compiere operazioni straordinarie senza consultare l'assemblea.

In pratica, se una società è gestita male e i suoi prezzi scendono fino a renderla appetibile per un compratore, i suoi manager potrebbero difendere la poltrona cedendo a terzi le attività più redditizie e svuotando la società di ogni interesse: la legge italiana chiede che simili operazioni siano concordate con gli azionisti. Recentemente, però, il presidente di un'importante autorità di vigilanza ha detto che in un contesto di mercato come quello degli ultimi mesi, la passivity rule è illegittima e ingiustificata.

L'affermazione è graveperché, se le società italiane diventeranno meno scalabili, i prezzi scenderanno ulteriormente, aggiungendo le beffe ai danni già subiti dai risparmiatori.

Potrei citare altri esempi, ma il campionario descritto rende già l'idea di quanto imprecisa sia, presso alcuni policy-maker, la percezione dei meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari. Questi ultimi sono un ecosistema delicato: per curarne le debolezze non si può bombardarli di anticrittogamici, perché così facendo si rischia di distruggerne le difese immunitarie e gli anticorpi.