Nel giro di cent'anni saremo tutti accademici
Tra cent'anni, quando i mercati dei beni saranno davvero integrati e la globalizzazione sarà a regime, i lavoratori saranno in tutto simili agli accademici: come questi ultimi, per sopravvivere dovranno infatti inventare qualcosa (publish or perish è il motto degli accademici, e per pubblicare occorre un qualche apporto originale). Con l'inevitabile conseguenza che i lavoratori intellettualmente meno dotati soccomberanno.
La ragione di questo meccanismo darwiniano è che il progressivo allargamento dei mercati indotto dalla globalizzazione modifica le tecniche di produzione in una direzione che premia gli sforzi creativi a scapito degli sforzi ripetitivi. Per chiarire il punto si consideri, ad esempio, una mansione che richieda di eseguire un certo numero di calcoli algebrici semplici e ripetitivi. Essa può essere svolta in due modi equivalenti in termini di risultato finale, ma profondamente diversi dal punto di vista tecnico: il primo consiste nello svolgere i calcoli manualmente o con l'ausilio delle funzioni base di un foglio di calcolo; il secondo consiste invece nell'utilizzo delle funzioni avanzate del foglio di calcolo per programmare una cosiddetta macro. Le due tecniche sono diverse sotto due profili fondamentali. In primo luogo, la programmazione è attività cognitivamente complessa che richiede capacità e competenze maggiori rispetto a un'attività di routine. In secondo luogo, essa ha natura di costo fisso, in quanto lo sforzo associato alla creazione di una macro è indipendente dal numero di calcoli da svolgere. L'esecuzione manuale dei calcoli è invece un'attività che ha natura di costo variabile, in quanto richiede uno sforzo proporzionale ai calcoli da svolgere. Da ciò consegue che la scelta tra le due tecniche di produzione dipende in modo cruciale dal numero di operazioni da eseguire: se questo è esiguo, è ottimale svolgere i calcoli manualmente, altrimenti conviene la macro.
Questo semplice esempio illustra il meccanismo fondamentale attraverso il quale la globalizzazione aumenta le disuguaglianze: il progressivo allargamento dei mercati (l'aumento del numero di operazioni da eseguire) rende via via più profittevoli le tecniche di produzione che sostituiscono i costi variabili (lo svolgimento manuale dei calcoli) con costi fissi (la programmazione). Poiché quest'ultimi consistono generalmente in attività creative che richiedono elevate competenze, ne consegue che la globalizzazione aumenta inesorabilmente la domanda di lavoratori maggiormente qualificati e capaci, e riduce la domanda di lavoratori con limitate capacità e competenze. È interessante inoltre notare che tale meccanismo è largamente indipendente dalla tipologia di beni e servizi prodotti all'interno di un paese, poiché qualsiasi bene può essere prodotto con tecniche che utilizzano più o meno intensivamente le mansioni complesse che hanno natura di costi fissi.
Le disuguaglianze salariali possono pertanto aumentare sia nei paesi avanzati, che la globalizzazione induce a specializzarsi nelle produzioni high-tech, sia nei paesi in via di sviluppo, che tendono invece a specializzarsi nelle produzioni tradizionali. L'evidenza empirica mostra infatti che negli ultimi decenni le disuguaglianze sono aumentate ovunque, e in particolare in quei paesi (prevalentemente in via di sviluppo) che hanno sperimentato una drastica liberalizzazione commerciale.
L'allargamento dei mercati può dunque peggiorare drammaticamente le condizioni di vita di coloro che sono sprovvisti di adeguate capacità cognitive. Da qui la necessità che i governi investano in istruzione favorendo l'inclusione degli individui meno favoriti.
Non è ovvio, tuttavia, che un siffatto scenario sia peggiore della situazione attuale, in cui le ricompense sociali e, oserei dire, la stessa selezione della specie, sono ancora largamente dettate da anodine qualità estetiche, piuttosto che dalle qualità umane e intellettuali che dovrebbero nobilitarla.