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Milano: la spinta culturale che fa correre i quartieri

, di Diane Orze
Uno studio Bocconi ricostruisce vent’anni di trasformazioni della mappa culturale della città: Nord-Est, Nord-Ovest e Sud-Ovest corrono, il centro resta immobile. La cultura non avvia il cambiamento, ma lo accelera. E senza regole rischia di diventare un moltiplicatore di esclusione

All’inizio è quasi impercettibile: una galleria che compare in una via laterale, un piccolo teatro che rinasce, un coworking che prende il posto di un capannone vuoto. Poi arrivano i dehors, i developer, i rendering scintillanti. E infine gli affitti, che salgono. È in questo spazio sottile, dove creatività e mercato immobiliare si incrociano, che oggi si gioca il destino di interi quartieri milanesi.

A offrire la prima mappa di questo intreccio è lo studio Cultural investments and gentrification: An urban transformation study of the city of Milan between 2001 and 2021, firmato da Lorenzo Biferale (Università degli Studi di Chieti e Pescara), Paola Dubini (Università Bocconi) e un gruppo di studenti del corso di laurea magistrale in Economics and Management in Arts, Culture, Media and Entertainment (ACME). Il lavoro incrocia due decenni di dati socio-economici e quasi 3.000 organizzazioni culturali mappate dal progetto MapMi, restituendo un’immagine chiara: Milano non gentrifica ovunque allo stesso modo, ma segue traiettorie precise. E la cultura è spesso il sismografo, o il detonatore, di queste trasformazioni.

La geografia della spinta: tre assi che si scaldano e due che restano immobili

Il nuovo indice di gentrificazione calcolato dagli autori mostra tre zone della città in rapida ascesa nel decennio: Nord-Est, Nord-Ovest e Sud-Ovest. Quartieri come Lambrate, Quarto Oggiaro, Stephenson, Navigli e Tortona rientrano nel quartile più alto di gentrificazione. Sono le stesse aree dove, dal 2011 in avanti, si concentra la quota maggiore di nuove aperture culturali.

Il centro storico, invece, è un’altra storia: appare come un’enorme “zona silenziosa”, non perché non cambi, ma perché era già tutto cambiato. Al limite opposto, la cintura agricola a Sud resta comprensibilmente impermeabile ai grandi trend urbani: poca densità abitativa, pochi servizi, poca attrattività per sviluppatori e investitori.

“La cultura raramente avvia la trasformazione, ma quasi sempre la amplifica”, spiega Paola Dubini, professoressa di Management, che ha co-disegnato la ricerca. “Quando un’infrastruttura nuova – una metro, un campus, un grande intervento immobiliare – apre un varco, la cultura arriva e consolida il cambiamento. E a quel punto la dinamica tende ad accelerare”.

Quattro Milano nella stessa città

Combinando intensità di gentrificazione e nuovi investimenti culturali, lo studio individua quattro tipologie di quartieri.

1. Catalizzatori Culturali: dove l’energia culturale e il cambiamento socio-economico avanzano insieme. È il caso di Lambrate, Tortona, NoLo: luoghi dove coworking, spazi artistici e nuovi residenti hanno riscritto equilibri e percezioni.

2. Precursori Culturali: quartieri dove la cultura è in fermento ma la gentrificazione non (ancora) esplode. Isola e Sarpi rientrano in questa categoria: altissima vitalità culturale, ma cambiamento sociale per ora contenuto.

3. Aree di Crescita Speculativa: dove i prezzi corrono anche senza cultura. Succede in aree come Stephenson o QT8: la dinamica è trainata da real estate, infrastrutture e strategie di sviluppo, con poca intermediazione culturale.

4. Zone Silenziose: centro iper-gentrificato e periferie che restano ai margini.

“Le categorie ci dicono una cosa molto semplice: il nesso interpretativo non è cultura uguale gentrification. È cultura che interagisce con altre forze”, aggiunge Lorenzo Biferale, ricercatore all’Università di Chieti e Pescara. “E quando l’interazione è sbilanciata, la cultura rischia di diventare un moltiplicatore di esclusione”.

NoLo, Tortona, Lambrate: laboratori di una città che cambia troppo in fretta

I casi concreti aiutano a capire.

A NoLo, il boom culturale dal basso degli ultimi dieci anni – festival, locali, coworking, associazioni – ha generato un magnetismo immediato. Ma con l’arrivo degli investitori, la traiettoria è cambiata: affitti alle stelle, pressione turistica crescente, residenti storici sotto stress.

A Tortona, la metamorfosi parte da lontano: Design Week come brand globale, spazi industriali convertiti, investimenti immobiliari che ne hanno fatto un “distretto creativo” – con tutte le contraddizioni del caso.

A Lambrate, la rigenerazione dello scalo ferroviario ha aperto la strada, e la cultura si è inserita in corsa: gallerie, studi, piccole istituzioni. La combinazione ha funzionato, ma non per tutti.

Politiche urbane: il punto non è portare cultura, è portare cultura con regole

Il paper non lascia molto spazio alle interpretazioni di comodo: senza strategie mirate, cultura e mercato immobiliare si alimentano a vicenda, e il risultato sono quartieri più ricchi, ma meno accessibili.

Le indicazioni di policy sono nette:

– Serve regolare, non solo incentivare: housing sociale, limiti alle conversioni immobiliari, strumenti anti-sfratto.

– Serve pianificazione integrata: cultura, infrastrutture, welfare urbano devono muoversi insieme.

– Serve distinguere tra cultura commerciale e cultura comunitaria: gallerie e showroom attraggono capitali; teatri sociali, centri civici e librerie attraggono comunità.

“Le città che funzionano sono quelle che sanno governare il ritmo del cambiamento. Milano oggi il ritmo lo subisce”, conclude Dubini.

La questione, in fondo, è tutta qui: la cultura può rendere un quartiere più vivo, più ricco, più bello. Ma senza protezioni adeguate può anche renderlo più esclusivo. Milano è arrivata a un punto di non ritorno: continuare a crescere – sì –, ma decidendo per chi.

PAOLA DUBINI

Università Bocconi
Dipartimento di Management e Tecnologia
Professore Associato