Il mito della proporzione perfetta
Nelle democrazie parlamentari europee la scena si ripete da decenni: dopo le elezioni, i partiti negoziano la formazione del governo e si dividono i ministeri. Una dinamica che, almeno sulla carta, sembrava obbedire a una regola semplice e quasi matematica: più seggi hai, più potere ottieni. Ma quella che per oltre mezzo secolo è stata considerata una “legge” della politica potrebbe essere molto meno solida di quanto si pensasse.
A rimettere in discussione uno dei pilastri della scienza politica è un nuovo studio pubblicato su Political Analysis, dal titolo “Refining Gamson: The Isometric Log-Ratio Transformation and Portfolio Proportionality in Multiparty Governments”, firmato da Lanny Martin (Università Bocconi) e Georg Vanberg (Duke University).
Il risultato è netto: la distribuzione del potere nei governi di coalizione è meno proporzionale di quanto si creda, più instabile e molto più influenzata dal contesto politico.
La “legge” che non era una legge
Dal 1961, quando il sociologo americano William Gamson formulò la sua teoria, la cosiddetta Gamson’s Law ha dominato gli studi sulle coalizioni: i partiti ricevono ministeri in proporzione ai seggi ottenuti in Parlamento. Un’idea intuitiva, quasi ovvia, che negli anni è stata confermata da decine di analisi empiriche. Ma secondo gli autori, il problema sta proprio in come quelle analisi sono state fatte. “Per anni abbiamo dato per scontato che la relazione fosse lineare e stabile,” spiega Lanny Martin, professore di Scienze politiche della Bocconi. “In realtà stavamo usando strumenti statistici inadatti al tipo di dati che analizziamo.” Il nodo è tecnico ma cruciale: sia i seggi sia i ministeri sono “quote”, parti di un totale che deve sempre fare 100%. Questo significa che non sono indipendenti tra loro, ma interconnessi. Ignorare questo aspetto, come spesso accade, porta a risultati distorti.
Un errore metodologico che cambia tutto
Lo studio introduce un nuovo approccio, basato sulla cosiddetta trasformazione “ILR” (isometric log-ratio), già utilizzata in altri campi ma finora mai applicata alla scienza politica. Il punto, tradotto in termini semplici, è che i modelli tradizionali trattano i dati come se ogni partito fosse indipendente dagli altri. Ma in un governo di coalizione non è così: se uno guadagna un ministero, qualcun altro lo perde. “È un sistema a somma zero,” dice Martin. “Se non lo modelli correttamente, finisci per vedere regolarità che in realtà sono artefatti statistici.” Le simulazioni realizzate dagli autori mostrano che i metodi tradizionali producono errori sistematici: sovrastimano la proporzionalità e non riescono a cogliere le differenze tra governi.
Cosa succede nella realtà
Applicando il nuovo metodo a un ampio dataset - 910 partiti in 308 governi di 16 democrazie parlamentari - emerge un quadro molto diverso. Il risultato più evidente riguarda la proporzionalità: invece del rapporto quasi “perfetto” stimato in passato, la relazione tra seggi e ministeri è più debole. In termini concreti, a un aumento del 4% dei seggi corrisponde in media solo un 3% di ministeri. Non solo. La presunta stabilità della relazione sparisce. “Non esiste una regola universale che vale sempre,” osserva Martin. “Quello che troviamo è una grande variabilità: alcuni governi sono quasi perfettamente proporzionali, altri molto meno.” In numeri: su 308 governi analizzati, 148 mostrano una proporzionalità significativamente più bassa rispetto alle stime tradizionali, mentre solo 17 risultano più proporzionali.
Il vantaggio nascosto dei piccoli
Una delle implicazioni più interessanti riguarda i partiti minori. Già in passato si era parlato di un “bonus” per i piccoli partiti nelle trattative di governo. Il nuovo studio suggerisce che questo effetto è ancora più forte di quanto si pensasse. Con una proporzionalità più debole, i partiti piccoli riescono a ottenere più ministeri rispetto al loro peso parlamentare, mentre quelli grandi subiscono una penalizzazione relativa. “Il sistema non è neutrale,” sottolinea Martin. “Favorisce sistematicamente chi ha meno seggi, soprattutto in contesti di negoziazione complessa.”
Fine di una certezza (e nuove domande)
Le conseguenze vanno oltre il caso specifico. Se una delle regolarità più consolidate della scienza politica si rivela in parte illusoria, significa che anche altri risultati potrebbero dipendere dagli strumenti utilizzati.Secondo gli autori, il metodo proposto può essere applicato a molti altri ambiti: dalla competizione elettorale alla distribuzione della spesa pubblica, fino all’analisi dei media. Ma soprattutto cambia il modo di interpretare la politica delle coalizioni.
“Gamson non aveva torto,” conclude Martin. “Ma non è una legge. È una tendenza, e come tutte le tendenze dipende dal contesto.” In altre parole, dietro l’apparente matematica del potere, continua a esserci qualcosa di molto meno prevedibile: la politica.