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Un nuovo studio dimostra che i dati finanziari possono fuorviarci sul potere di mercato, ma conservano comunque un valore sorprendente

Negli ultimi anni, una questione economica è passata dalle riviste accademiche ai discorsi politici e alle sale dei consigli di amministrazione: le aziende stanno diventando troppo potenti? Dall'aumento dei prezzi alla diminuzione della quota del lavoro, gli economisti indicano sempre più spesso i ricarichi – il divario tra prezzi e costi – come una forza chiave che plasma le economie moderne.

Ma ecco il problema: i margini di profitto sono notoriamente difficili da misurare. E la maggior parte dei dati su cui fanno affidamento gli economisti – i bilanci delle aziende – non include nemmeno gli elementi chiave necessari per calcolarli correttamente.

Un nuovo articolo (“The Hitchhiker’s Guide to Markup Estimation: Assessing Estimates from Financial Data”) pubblicato su Econometrica affronta questa sfida a testa alta. Lo studio di Basile Grassi (Dipartimento di Economia, Università Bocconi; IGIER; OFCE; CEPR), insieme a Maarten De Ridder (LSE) e Giovanni Morzenti (Analysis Group), esamina come determinare cosa possiamo – e cosa non possiamo – apprendere sui margini di profitto utilizzando solo dati finanziari.

Il dilemma dei dati alla base del potere di mercato

Al centro della questione c’è un semplice vincolo: gli economisti raramente osservano direttamente prezzi e quantità. Si affidano invece ai bilanci – ricavi, costi e stati patrimoniali – per dedurre il comportamento delle imprese. Come spiegano gli autori, questo crea un punto cieco fondamentale:

"I dati a livello di impresa con ampia copertura... provengono principalmente dai bilanci, che sono privi di informazioni sui prezzi."

Eppure, questi stessi dati hanno alimentato una vasta letteratura che collega i margini di profitto a disuguaglianza, inflazione, commercio e produttività. La domanda è inevitabile: queste stime sono affidabili?

L'intuizione chiave: livelli vs. tendenze

L’articolo ribalta la convinzione comune secondo cui i dati finanziari siano in gran parte inutili per misurare il potere di mercato. Gli autori tracciano invece una distinzione cruciale:

  • Cattive notizie: i dati finanziari faticano a misurare il livello dei ricarichi
  • Buone notizie: possono comunque cogliere in modo affidabile i cambiamenti nel tempo e le differenze tra le imprese

Come affermano gli autori:

"La misurazione del livello medio del margine richiede dati sui prezzi."

Ma, allo stesso tempo, anche la variazione dei margini di profitto — sia trasversalmente che nel tempo — è ben stimata.

Questa distinzione è estremamente importante. Suggerisce che, mentre affermazioni di primo piano come “i ricarichi sono raddoppiati” possono essere fragili, gli studi sulla disuguaglianza, la concorrenza o l’eterogeneità delle imprese rimangono su un terreno solido.

Perché si verifica questo bias

Il problema deriva da una questione tecnica ma intuitiva: il fatturato non è la stessa cosa della produzione. Quando le imprese fissano i prezzi in modo strategico, una produzione più elevata spesso comporta prezzi più bassi. Ciò rompe il legame tra fatturato e produzione, introducendo un bias. Infatti, gli autori dimostrano che, in base a determinate ipotesi, l’utilizzo del fatturato può produrre medie completamente fuorvianti:

"Il margine medio basato sui ricavi non fornisce informazioni sulla media reale."

Tuttavia, lo stesso bias influisce su tutte le imprese in modo simile, motivo per cui i confronti relativi funzionano ancora.

Simulazioni e dati reali: un raro doppio test

Per andare oltre la teoria, i ricercatori combinano:

  • simulazioni Monte Carlo di un modello macroeconomico
  • Dati amministrativi provenienti da aziende manifatturiere francesi, comprendenti sia i prezzi che le quantità

I risultati mostrano che, anche in assenza di dati sui prezzi, i ricarichi stimati rimangono altamente informativi:

  • Correlazione tra margini "reali" e stimati nelle simulazioni: 0,94
  • Nei dati reali, le correlazioni rimangono forti, specialmente per i cambiamenti nel tempo

Implicazioni a vasto spettro

Le implicazioni si ripercuotono su tutta l'economia:

  • Macroeconomia: è ancora possibile monitorare le tendenze del potere di mercato utilizzando i dati esistenti
  • Politica della concorrenza: i confronti tra imprese rimangono significativi
  • Ricerca empirica: gli studi passati potrebbero essere più solidi di quanto temessero i critici

Ma c'è anche da fare attenzione. Per quanto riguarda i livelli aggregati — spesso utilizzati per calibrare i modelli economici — gli autori sono categorici:

"I ricarichi basati sul fatturato non dovrebbero essere utilizzati… per definire i parametri che regolano i ricarichi aggregati."

In altre parole, il quadro generale è affidabile, ma i numeri esatti potrebbero non esserlo.

Lo studio, in definitiva, ridefinisce il dibattito. Anziché chiedersi se i dati finanziari siano “buoni” o “cattivi”, dimostra che la loro utilità dipende dalla domanda.

  • Vuoi sapere se i margini stanno aumentando? → Probabilmente va tutto bene
  • Vuoi conoscere il loro livello esatto? → Hai bisogno di dati migliori
Basile Grassi

BASILE GRASSI

Università Bocconi
Dipartimento di Economia
Associate Professor