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Dagli astronauti agli esperti di AI, sempre più lavori nascono senza un modello di riferimento. Uno studio mostra come si costruisce un’identità professionale quando non c’è nessuno da cui differenziarsi

Lo studio delle origini dell’era spaziale e dei suoi attori può aiutare a comprendere la nascita e l’evoluzione di nuove occupazioni nel mondo attuale. 

Nel 1958, diventare astronauta non significava entrare in una professione. Significava inventarla. Non esistevano standard, percorsi formativi, né un’identità condivisa. E soprattutto, mancava un elemento che la teoria ha sempre considerato centrale: il confronto con altri mestieri. Nessun’altra professione faceva qualcosa di simile, quindi non c’era nessuno da cui distinguersi.

È da questo paradosso che parte lo studio Occupational Identity Formation in Unsaturated Spaces: The Layered Accretion of the American Astronaut’s Identity di Evelyn Micelotta (University of Vermont), Giulia Cappellaro (Università Bocconi), Claudia Gabbioneta (University of York) e Michael G. Pratt (Boston College), pubblicato su Administrative Science Quarterly: come si forma un’identità professionale quando non esiste un ecosistema competitivo?  

La risposta, basata su un’analisi storica estremamente ampia — oltre 24.000 pagine di materiali tra archivi NASA, interviste e autobiografie — è controintuitiva: non per differenziazione, ma per stratificazione.  

Non per differenza, ma per accumulo stratificato

La letteratura classica sostiene che una professione nasce definendosi contro altre. Ma nel caso degli astronauti questo meccanismo non esiste. “Quando non hai un altro gruppo da cui distinguerti, il problema diventa interno: chi siamo, prima ancora di chi non siamo”, spiega Giulia Cappellaro, professore associato di Public governance della Bocconi.

Gli astronauti risolvono questo problema partendo da ciò che già conoscono. I primi sette — i celebri Mercury Seven — vengono selezionati tra piloti collaudatori militari nel 1959.   Quella diventa la “proto-identità”. Ma non resta immutata: viene adattata, negoziata, trasformata.

Nel giro di pochi anni, la professione si evolve attraverso tre fasi e più coorti di ingresso: ai 7 astronauti iniziali (Mercury Seven) se ne aggiungeranno 9 nella seconda selezione (1962), 14 nella terza (1963) e ulteriori gruppi fino a un totale di 65 astronauti analizzati nello studio . 

Con l’aumentare della complessità delle missioni — da voli individuali a equipaggi multipli fino allo sbarco sulla Luna — cambiano anche le competenze necessarie. Prima entra l’ingegnere. Poi lo scienziato. Ma non tutte queste identità hanno lo stesso peso.

Chi conta davvero

Il cuore dell’identità astronauta resta il pilota. Gli ingegneri vengono integrati perché servono: le missioni Gemini e Apollo richiedono competenze tecniche avanzate, e infatti le nuove coorti presentano livelli di istruzione molto più alti, spesso con lauree avanzate in ingegneria. Gli scienziati, invece, entrano più tardi e sotto pressione esterna, in particolare della National Academy of Sciences.  “Non è una fusione armonica”, dice Cappellaro. “È una gerarchia. Alcune identità si integrano, altre restano ai margini”. Il dato è chiaro: anche quando la NASA apre ai “scientist astronauts” nel 1965, questi restano minoritari (sei nel primo gruppo) e spesso esclusi dai ruoli più centrali, come il comando delle missioni. La gerarchia è informale ma rigida. Conta l’ordine di ingresso, conta il background, conta soprattutto l’allineamento con il nucleo originario.

Il vero punto: non è solo storia

Il contributo più forte del paper non è nella ricostruzione storica, ma nella sua attualità. Sempre più professioni oggi nascono in condizioni simili a quelle degli astronauti. Non in mercati saturi, ma in “spazi non saturi”, dove non esistono ruoli consolidati né identità definite. Il paper cita esplicitamente esempi contemporanei: sustainability manager, diversity manager, esperti di responsabilità sociale, figure nate da pressioni normative o sociali più che da evoluzioni interne delle professioni tradizionali. A questi si aggiunge oggi l’universo dell’intelligenza artificiale. “Pensiamo agli esperti di AI nelle aziende”, osserva Cappellaro. “Non esiste un modello condiviso di cosa debbano essere. Arrivano da background diversi — ingegneria, matematica, business — e devono costruire un’identità mentre il lavoro stesso si sta definendo”. Ma pensiamo anche alle università, dove nuovi academic fields vengono inseriti e personale reclutato – portando a una stratificazione dell’identità del professore e accademico a livello organizzativo. 

Identità in costruzione

In questi contesti, il problema non è differenziarsi, ma coordinare identità diverse. Chi guida la sostenibilità in un’organizzazione è un manager o un attivista? Chi lavora sull’AI è uno sviluppatore, un ricercatore o un decision maker? Non c’è una risposta unica. E proprio per questo, come mostra il caso degli astronauti, l’identità si costruisce per aggiunte successive.

Due variabili fanno la differenza: chi controlla l’ingresso nella professione e quanto le nuove competenze sono percepite come “compatibili” con il nucleo esistente  

Se c’è controllo interno, le identità nuove tendono a essere integrate. Se la selezione è influenzata dall’esterno, emergono tensioni.

Una conclusione scomoda

Lo studio non offre una conclusione rassicurante. Non c’è un momento in cui l’identità si stabilizza davvero. Anche nel caso degli astronauti, dopo oltre un decennio e 31 missioni analizzate, la tensione tra pilota, ingegnere e scienziato non scompare. Viene gestita. E con le nuove pressioni esterne della space economy, i futuri astronauti aggiungeranno probabilmente il layer commerciale. È una lezione importante per il presente: nelle professioni emergenti, l’identità non è qualcosa che si trova. È qualcosa che si costruisce — e si difende.

“Le identità professionali non sono mai neutrali”, conclude Cappellaro. “Sono il risultato di equilibri di potere, selezione e riconoscimento. E questo vale oggi più che mai”.

GIULIA CAPPELLARO

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche