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Un ampio studio pubblicato su Nature mostra come il lavoro da remoto stia ridisegnando territori e opportunità, tra persistenti divari urbani-rurali e nuovi margini per la coesione

Il lavoro da remoto non è più una semplice eredità della pandemia, ma una componente strutturale del mercato del lavoro europeo. A confermarlo è “A large-scale dataset for analysing remote working in urban and rural areas across Europe, uno studio pubblicato su Nature Scientific Data, che mette a disposizione uno dei più ampi dataset mai raccolti sul tema, con oltre 20.000 partecipanti europei. Nell’ampio team internazionale che ha curato il lavoro di ricerca, Greta Nasi e Lisa Fontanella dell’Università Bocconi.

Un dataset senza precedenti sul lavoro remoto in Europa

Il lavoro si basa su un’indagine condotta tra luglio e agosto 2024, che ha raccolto informazioni dettagliate su percezioni, preferenze e condizioni di lavoro di persone distribuite tra aree urbane e rurali.

Il dataset analizza variabili chiave come flessibilità, produttività, benessere e impatti sulla carriera, offrendo una fotografia molto articolata delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro.

Uno degli elementi distintivi è la granularità dei dati socio-economici, che consente di studiare in profondità le differenze territoriali e sociali.

Divari territoriali: il lavoro remoto resta più urbano

Uno dei risultati più rilevanti riguarda il persistente divario tra aree urbane e rurali. “Il lavoro da remoto è più diffuso nelle città, dove infrastrutture digitali e tipologia di occupazione rendono più facile adottarlo” spiega Greta Nasi.

Tuttavia, lo studio evidenzia anche il potenziale del lavoro remoto come strumento di riequilibrio territoriale: può permettere ai lavoratori di trasferirsi in aree meno costose e offrire ai residenti nelle zone rurali accesso a opportunità occupazionali tipicamente urbane.

In questo senso, il remote working emerge come leva possibile contro lo spopolamento delle aree periferiche.

Benefici e criticità: flessibilità, ma non per tutti

Il dataset conferma alcuni benefici ormai consolidati: maggiore flessibilità, miglior bilanciamento tra vita e lavoro e possibilità di accedere a un bacino di talenti più ampio per le imprese.

“Allo stesso tempo”, aggiunge Nasi, “il dataset mette in luce differenze significative nelle esperienze individuali. L’impatto del lavoro remoto varia in base a fattori come accesso alle tecnologie, condizioni abitative e contesto territoriale, mostrando che non tutti i lavoratori beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione”.

Uno strumento per le politiche pubbliche

Più che offrire una singola conclusione, il valore principale dello studio è metodologico: il dataset è pensato come infrastruttura di ricerca riutilizzabile.

Può essere utilizzato per analizzare trend su produttività e work-life balance, ma anche per orientare politiche urbane, sviluppo regionale e pianificazione delle infrastrutture.

Per i decisori pubblici europei, il messaggio è chiaro: il lavoro da remoto non è solo una questione organizzativa, ma un fattore che incide su coesione territoriale, sviluppo economico e sostenibilità.

GRETA NASI

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche