Per migliorare la sanità agiamo sulla domanda
Sull'onda della recessione del mondo occidentale, che si abbatte impietosamente anche sul nostro paese (a giugno la Banca d'Italia stimava un calo del 5% del pil 2009) la sanità non può permettersi il lusso di restare a guardare e aspettare che, prima o poi, passi. Come in ogni crisi, anche in questa non possiamo non scorgere almeno un barlume di opportunità.
Quello che in gergo comune chiamiamo sanità, altro non è che il più che trentennale e celebrato Servizio sanitario nazionale, che affonda le proprie radici nella legge 833 del 1978. Tale è rimasto nella forma e nella sostanza: un modello universalistico di tutela della salute del cittadino, quale fondamentale diritto costituzionale. Recentemente, con la riforma del titolo V della costituzione, il ruolo dello stato in materia sanitaria passa in via sussidiaria rispetto a quello delle regioni: questo ha dato origine a 21 sistemi sanitari, ognuno con le proprie specificità, punti di forza e di debolezza. Il sistema nel suo complesso spende all'anno oltre 100 miliardi di euro di soldi pubblici e 30 miliardi di euro di soldi privati; in buona sostanza, circa il 10% del pil. Ma è una stima conservativa, che non considera l'indotto: si pensi, ad esempio, all'attività alberghiera per ospitare il 'turismo sanitario', oppure, più semplicemente, per i famigliari che assistono il paziente sul luogo di cura, magari lontano dalla propria abitazione. Parlare di sanità, dunque, è complesso e molto variegato.Tuttavia, certo è che meno risorse nel sistema (-5%, almeno) non possono che significare una contrazione dell'offerta di servizi; d'altra parte, la domanda in sanità non manca, anzi, è destinata a crescere per effetto dell'invecchiamento progressivo della popolazione: ci troviamo di fronte a un evidente disequilibrio di sistema. Cosa fare, dunque? Uno spunto di riflessione, per una risposta che sembra alquanto complessa sul piano macroeconomico, può arrivare osservando la realtà con una lente più piccola, rivolta all'individuo e in particolare al meccanismo di base che traduce il bisogno di salute del singolo in domanda di prestazioni sanitarie. Tradizionalmente, si è parlato di supply induced demand, ovvero del fatto che proprio tra il bisogno e la domanda di prestazioni si inserisce un agente dell'offerta, tipicamente un medico: questo traduce il bisogno del paziente in una domanda di servizi sanitari. È utile interrogarsi se il meccanismo funzioni sempre allo stesso modo, oppure se stia lentamente e culturalmente modificandosi in alcuni casi: gli utenti sono sempre più informati e chiedono spesso e volentieri più opinioni sullo stesso quesito di salute, anche in tempo reale, mediante internet. Il bisogno di salute genera dunque una domanda di informazioni relative alla cura (o alla diagnosi) di un problema, che viene soddisfatta consultando più fonti, cui segue una sintesi, più o meno corretta, da parte dell'individuo: stiamo forse assistendo ad una "riappropriazione" della domanda da parte dell'individuo? Per certi quesiti di salute (i più semplici... la maggior parte!) sembra proprio lui essere l'artefice del proprio destino, se non altro, colui che ne mette insieme i vari pezzi e prende infine una decisione. Si modificano lentamente tali meccanismi nel tempo e, contemporaneamente, dovrebbero adattarsi o rinnovarsi anche gli strumenti in mano al management sanitario per interpretarli correttamente. Da questa riflessione potrebbe aprirsi una importate 'finestra strategica' per il manager impegnato nella sanità. I tempi sono forse maturi perché questo si domandi in modo puntuale come si possa formare la domanda in sanità (non il bisogno, che è un dato di tipo epidemiologico), e ivi agire, invece che contingentare l'offerta sperando poi di ridurre la prima (cosa che puntualmente non avviene, se non allungando le liste d'attesa e i disservizi al cittadino).Il passo è grande, il cambiamento forte: ma i manager non sono per definizione coloro ai quali piace affrontare nuove sfide?