Contatti

Mamma li libici!

, di Andrea Colli - ordinario presso il Dipartimento di scienze sociali e politiche
L'ipotesi di investimenti del paese in imprese italiane non è nuova. Trent'anni fa il caso Lafico

Arrivano i libici! Un'esclamazione che, insieme al coro delle dichiarazioni che hanno accompagnato l'accresciuto interesse di alcuni fondi sovrani nei confronti di imprese italiane, ricorda l'antico "mamma li turchi". A parte le scorrerie nel Mediterraneo d'età medioevale, i "turchi" in Italia ci son già arrivati, e pure in forze, poco più di una trentina di anni fa, in una fase che per l'economia e l'industria italiane mostrava non poche somiglianza con quella attuale. In primo luogo, un ciclo economico negativo di matrice globale, poi una situazione economica che si rifletteva direttamente sui consumi delle famiglie. La Fiat sintetizzava in sé tutte le contraddizioni che andavano maturando nel quadro economico e sociale del paese. Nel 1975 la Fiat iscrive a bilancio un centinaio di milioni di utile (contro gli oltre 15 miliardi di solo tre anni prima), dopo aver ridotto i dipendenti di oltre 30 mila unità (da 180 a 150 mila). I dividendi, mantenuti costanti, sono attinti dalle riserve. I corsi delle azioni ordinarie scendevano costantemente: dagli inizi del 1973 avevano più che dimezzato il proprio valore, passando da oltre 3 mila a circa milletrecento lire. La situazione era, per dirla con un eufemismo, grave, e la prima mossa necessaria era evidentemente una iniezione di risorse attraverso un aumento di capitale cui, da sola, la Fiat non era in grado di provvedere.

L'annuncio venne dato alla fine del 1976, quando stranamente, da un paio di trimestri i valori, ma soprattutto le quantità dei titoli Fiat trattati in Borsa, avevano mostrato un'inversione di tendenza. La Lybian Arabian Foreign Bank Investment Company (Lafico) – la medesima oggi al centro delle cronache – avrebbe investito nella casa torinese. I libici, si calcolerà in seguito, avrebbero messo sul piatto 450 milioni di dollari (meglio sarebbe dire petrodollari) nel giro di pochi anni. Si trattava di un'operazione "enorme", non tanto e non solo per il suo importo, quanto per le sue implicazioni: sulla governance della Fiat, sull'opinione pubblica e sul mondo politico, che si trovava una delle principali aziende strategiche del paese fortemente partecipata da una banca legata a un dittatore con un recente passato di rapporti non propriamente idilliaci con l'Occidente. Ma la Fiat di quei soldi aveva bisogno. Un bisogno estremo. Dopo mesi di trattative, nel marzo del 1977 due rappresentanti della Lafico facevano ufficialmente ingresso nel consiglio d'amministrazione dell'azienda, portando una dote di 360 miliardi. Nelle parole di Romiti, "una tombola". La Fiat aumentava il proprio capitale da 150 a 165 miliardi. Ai libici si riservava una emissione di obbligazioni convertibili di 90 miliardi e la Fiat otteneva sempre dalla Lafico un centinaio di milioni di dollari in prestito a tasso agevolato – e altri denari sarebbero seguiti. Gli utili tornavano cospicui (oltre 66 miliardi nel 1977). Ma soprattutto tornava la possibilità per il gruppo di investire in nuove tecnologie, preparandosi a cogliere, con successo, l'ondata di ripresa degli anni Ottanta.

I "turchi", insomma, si erano rivelati assolutamente necessari, comportandosi peraltro secondo gli accordi: fornivano risorse senza interferire in modo assoluto nella gestione, accontentandosi dei buoni rendimenti dell'investimento e di certo del miglioramento della propria immagine agli occhi dei paesi occidentali. Forse la sintesi più efficace di tutta la vicenda, o se si vuole il suo insegnamento recondito, è sintetizzato dalle parole dell'Avvocato alla conferenza stampa in cui venne annunciata l'«operazione Lafico»: "Bisogna prendere i denari dove sono".