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Ma dove credi di andartene così esterovestita?

, di Giuseppe Marino - professore associato di diritto tributario all'Università di Milano e direttore del Master in diritto tributario dell'impresa alla Bocconi
Diritto. Che cosa fanno i paesi avanzati per evitare la delocalizzazione fittizia delle aziende nazionali

Le politiche tributarie di sostegno all'economia dei paesi europei per far fronte alla crisi fanno riflettere sulla correlazione tra incentivi alla capitalizzazione, localizzazione delle strutture produttive e disincentivi alla delocalizzazione fittizia delle imprese.

Gli obiettivi sono tutelare l'economia nazionale con stimoli agli investimenti in attività interne (che favoriscono la crescita e l'occupazione), e preservare la libera iniziativa economica, in particolare la libertà delle imprese nazionali di intrattenere rapporti con l'estero. Il tutto con la necessità di garantire l'interesse fiscale nazionale contro finalità elusive.

In Francia, tra le altre iniziative, è stato applicato un credito d'imposta per gli investimenti nelle piccole e medie imprese che hanno la loro sede legale in Francia, in Stati Ue o in Stati appartenenti all'Eea che hanno con la Francia un accordo sullo scambio di informazioni ed è stata proposta la momentanea eliminazione della taxe professionnelle (che ricorda l'Irap) con l'obiettivo di favorire la creazione di nuove infrastrutture produttive con sede in Francia.

In Inghilterra, le misure puntano invece sul rilancio dei consumi mediante abbassamento dell'aliquota Iva, piuttosto che su incentivi fiscali agli investimenti in attività d'impresa. Per quanto attiene i profili di fiscalità internazionale, lo stratificarsi di regole che penalizzano gli investimenti effettuati all'estero, combinati con una stretta al regime fiscale dei manager resident not domicile, ha generato una profonda insoddisfazione nel mondo imprenditoriale inglese, sì da indurre alcune multinazionali a trasferire la sede di direzione e controllo fuori dal territorio britannico.

In Germania, il piano di risanamento dell'industria non prevede misure con effetti immediati sulla delocalizzazione delle imprese, ma molte di esse inducono alla rilocalizzazione degli investimenti in territorio tedesco, a partire dalla regolamentazione sui limiti alla detenzione del capitale di società tedesche da parte di soggetti non residenti.

E l'Italia? Il recente decreto anticrisi non incide sulla fiscalità d'impresa nei rapporti con l'estero che con il precedente governo si è appesantita di meccanismi di inversione probatoria a carico del contribuente. Sintomatici sono la presunzione di esterovestizione delle società oppure le norme che impongono l'interpello preventivo nelle ipotesi di partecipazioni di controllo o collegamento in società residenti in paradisi fiscali.

La tendenza a demonizzare gli investimenti esteri emerge nella prassi ministeriale. Per effetto di tali regole, gli spazi di libertà delle imprese italiane si riducono notevolmente, determinando l'appesantirsi degli oneri amministrativi e burocratici che gravano sulla governance di gruppo e bloccando il dinamismo necessario alla concorrenza internazionale. Della rigidità di tali regole risentono anche i gruppi più grandi, per i quali l'operare all'estero, anche attraverso i paradisi fiscali, rappresenta oggi un'esigenza legata al loro assetto gestionale e non necessariamente permeata da ragioni di carattere fiscale.

Il trend rappresentato è preoccupante perché rischia di mandare in cortocircuito la nostra economia penalizzando proprio gli investimenti virtuosi e inducendo così molte imprese a trasferire definitivamente la propria sede (di direzione, oltre che legale) all'estero, come accade ormai da qualche anno nel Regno Unito.

I correttivi fiscali alle scelte di delocalizzazione/rilocalizzazione delle imprese dovrebbero essere rinvenuti ad esempio nell'American Job Creation (Ajc) Act del 2004, che prevedeva la parziale esenzione dei dividendi provenienti da società estere partecipate, a condizione che gli stessi fossero reinvestiti nel ciclo d'impresa al fine di favorire la crescita industriale e in particolare l'incremento dei posti di lavoro, nonché gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Una soluzione di questo tipo, che ricorda da lontano la filosofia ispiratrice dei Tremonti bond, si presta a risolvere il cortocircuito, aprendo uno scenario in cui l'esigenza di rilocalizzazione degli investimenti non collide con le necessità di pianificazione gestionale internazionale delle imprese italiane, ed allo stesso tempo non pregiudica l'azione di contrasto alle pratiche di abuso fiscale.