L’opacità che crea ingiustizia
La crisi economica-finanziaria pesa sul debito pubblico perché determina una diminuzione delle entrate, per la difficoltà in cui versano le imprese, e un aumento della spesa, per il maggiore impegno che si richiede allo stato. La situazione induce a ipotesi di introduzione di nuove imposte, ad esempio la patrimoniale, al fine di ridurre i crescenti squilibri. In realtà, al di là della considerazione che queste manovra potrebbe avere un effetto recessivo, è necessario sottolineare che sarebbe fondamentalmente iniqua data l'alta opacità sia del prelievo (pagamenti delle imposte) sia dell'uso che viene fatto delle risorse raccolte da parte delle pubbliche amministrazioni. Alla base della reciproca diffidenza tra cittadini e stato vi sono almeno due elementi: il disallineamento tra paese reale e istituzionale e l'insufficienza ormai cronica dei sistemi di controllo sia nelle realtà pubbliche sia in quelle private.
Il disallineamento tra paese reale e istituzionale è determinato dal fatto che mentre il paese è territorialmente differenziato per storia, tradizioni, cultura (essere stati governati dagli Asburgo o dai Borboni genera culture amministrative diverse) i modelli di governance sono legati alla logica dell'uniformità: patto di stabilità, vincolo di cassa, di turn-over e d'indebitamento colpiscono allo stesso modo realtà profondamente diverse con la conseguenza che le regole, dove possibile, vengono disattese ma soprattutto non sono mai chiare le aree di responsabilità e quindi vengono meno i principi basilari che ispirano i sistemi di controllo. Che, infatti, non funzionano. I sistemi di controllo nel nostro paese hanno da sempre avuto un approccio fortemente giuridico e manageriale solo nelle intenzioni, nel senso che quando si rilevano problemi o aree di inadempimento si pensa che la soluzione sia fare nuove norme, inasprire quelle esistenti o creare nuovi organi di controllo; quest'approccio, che è legato ad una sorta di "miraggio della razionalità", ha portato a un contesto legislativo farraginoso, ripetitivo, fortemente analitico e scarsamente applicato nei fatti. Nelle pubbliche amministrazioni vi sono almeno 6 o 7 organi di controllo e qualche opinionista ne propone degli altri. Allo stesso modo si ripropongono, con testi in molte parti simili, leggi già esistenti ma scarsamente applicate, come nel caso della legge 4 marzo del ministro Brunetta che riprende il dlgs 286 del 1999. Queste carenze si riflettono in ampie aree di evasione fiscale, nella costituzione di zone produttive quasi franche, nella diffusione di comportamenti illeciti che impediscono il formarsi di un'imprenditorialità sana. Una tassa patrimoniale non potrebbe colpire 1.300.000 immobili non censiti, ma sarebbe profondamente iniqua per gli altri. L'unico controllo che viene fatto è se le somme stanziate per i vari programmi previsti in finanziaria vengano spese, ma non come lo siano, pertanto possiamo avere spese assolutamente legittime ma anche assolutamente inutili. Gli indicatori che esprimono l'efficienza e l'utilità della spesa sono spesso di processo: numero di leggi fatte rispetto a quelle da fare, riunioni fatte e così via; per contro non vi sono indicatori di risultato come i chilometri di spiagge disinquinate o le licenze commerciali controllate. La conseguenza è la mancanza di una chiara rendicontabilità verso i cittadini. È per questo motivo che ulteriori sacrifici dovranno essere accompagnati da una crescente resa di conto tra amministratori ed amministrati perché questa diventi un valore condiviso da tutti.