Legge umanistica
Il 23 dicembre 1978 è stata approvata in Italia l'introduzione del Servizio sanitario nazionale, basato sul principio che "il recupero, il mantenimento, la promozione del benessere fisico e psichico è un diritto del cittadino". Ciò voleva dire garantire la tutela della salute a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro capacità di pagare direttamente i servizi di salute o dalla capacità di sottoscrivere un'assicurazione privata.
Per molto tempo i critici della legge affermarono che si trattava di un eccesso di intervento dello stato e che non era possibile, sul piano della razionalità, "garantire tutto a tutti". Affermazione, quest'ultima, assolutamente infondata poiché in nessuna parte della legge istitutiva e delle leggi successive è espresso questo principio.
Anzi, nella stessa legge si affermava che alla tutela della salute avrebbe dovuto essere destinato il 6% del Pil (oggi, dopo 30 anni e con il progresso della qualità dei servizi, delle tecnologie e dei modelli di assistenza, la spesa pubblica italiana è pari al 6,6-6,7% del Pil, inferiore a quella dei paesi più progrediti, escluso il Regno Unito) e che erano previsti piani sanitari nazionali e regionali finalizzati a definire le priorità. Inoltre, negli anni recenti è stato introdotto il concetto di "livello essenziale di assistenza" (Lea) garantito dal sistema pubblico in rapporto alle risorse che si è deciso di destinare al settore.
La legge era, al contrario, la sintesi di tre elementi. Il primo, profondamente umanistico, secondo cui un bene primario, la salute, non può dipendere dalla capacità di pagare del singolo individuo. Il secondo, collegato alla razionalizzazione del sistema di offerta, secondo cui la responsabilità integrata su tutta la "filiera dei servizi" (prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione) consentiva di razionalizzare l'offerta e anche di risparmiare. Il terzo, di carattere economico, secondo cui costa meno prevenire le malattie o intervenire in una fase precoce, che curarle.
In Italia, il dibattito si è concentrato sul primo principio, mentre sono stati dimenticati gli altri due. Recentemente i principi dell'integrazione di servizi e della prevenzione che consente di ridurre i costi delle cure sono stati ripresi negli Usa e in altri paesi privi di servizio sanitario pubblico, sulla base di analisi sulla sostenibilità economica dei loro sistemi.
Certamente in questi 30 anni parecchie cose non hanno funzionato. Innanzitutto, per il fatto che ai vertici delle Usl (oggi Asl) nel 1978 furono insediati organi di gestione di natura politica (i comitati di gestione). Si adottarono anche soluzioni organizzative, teoricamente molto avanzate, ma non praticabili sul piano concreto. Si sono verificati molti casi di spreco di risorse, uso dei finanziamenti non per tutelare la salute ma per alimentare interessi particolari o che, a volte, hanno addirittura favorito la malavita organizzata.
Inevitabilmente, chi vive in un sistema ne vede i difetti e considera scontati i vantaggi e perciò le critiche sul Ssn sono state più numerose rispetto al riconoscimento dei vantaggi. L'erba del vicino appare sempre più verde.
Si ricorda che una delle affermazioni più frequenti dei cittadini che vivono in paesi nei quali non esiste un sistema pubblico di tutela della salute è la seguente: "Voi in Italia siete fortunati perché avete almeno una garanzia per i servizi essenziali di tutela della salute".
L'attuale crisi di origine finanziaria ha portato a interventi pubblici per salvare il salvabile (in primis gli speculatori che hanno causato la crisi), si invoca "nanny State" (mamma Stato) per salvare banche e altre istituzioni finanziarie. Si invoca una maggiore "etica nella finanza" e nella "applicazione del mercato che non deve essere guidato dall'egoismo e dall'individualismo non controllato".
Questo dovrebbe far riflettere sul modo di valutare dopo 30 anni il Ssn e sul fatto che non sempre l'erba del vicino e più verde; spesso è illuminata di verde per creare l'illusione ottica, cui inevitabilmente seguono le delusioni della realtà.