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L’economia sotto le bombe: come il mercato del lavoro ucraino ha retto a uno shock senza precedenti

, di Barbara Orlando
Dall’invasione del 2022 l’Ucraina ha perso fino a un quarto della sua forza lavoro tra rifugiati, mobilitazione e vittime. Eppure, secondo uno studio di Anastasia, Boeri e Zholud, il mercato del lavoro ha continuato a funzionare: l’efficienza dell’incontro tra domanda e offerta è calata di circa il 15%, con forti differenze territoriali. Una resilienza che non cancella le ferite su capitale umano e migrazioni, decisive per la ricostruzione

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Non è stata solo un’aggressione militare: è stato uno shock simultaneo a popolazione, imprese, infrastrutture, domanda e offerta di lavoro. Intere città bombardate, milioni di persone in fuga, centinaia di migliaia di uomini mobilitati.

A quasi quattro anni di distanza, il conflitto non è concluso e la linea del fronte continua a tagliare il Paese. Eppure, fuori dai territori occupati, l’economia civile non si è dissolta. Il mercato del lavoro – pur con fratture profonde – ha continuato a funzionare.

È questa la conclusione centrale del paper A Wartime Labor Market: The Case of Ukraine di Giacomo M. Anastasia (Columbia University), Tito Boeri (Università Bocconi) e Oleksandr Zholud (National Bank of Ukraine). Lo studio, basato su dati amministrativi, indagini campionarie e informazioni in tempo reale da una delle principali piattaforme online di incontro tra domanda e offerta, offre la prima analisi sistematica di un grande mercato del lavoro durante una guerra combattuta sul proprio territorio.

“La guerra ha generato uno dei più grandi shock di offerta di lavoro della storia recente”, osserva Tito Boeri, professore di Economia della Bocconi “Ma i mercati del lavoro possono continuare a funzionare anche sotto stress estremo, se salari e organizzazione del lavoro si adattano rapidamente”.

Un quarto della forza lavoro svanito

I numeri sono brutali. Prima dell’invasione su larga scala, l’Ucraina contava circa 17 milioni di persone nella forza lavoro nelle aree sotto controllo governativo. Secondo le stime riportate nello studio, tra rifugiati all’estero, mobilitazione militare e vittime, la contrazione della forza lavoro civile è stata compresa tra il 18% e il 28% rispetto ai livelli pre-guerra. Nello scenario centrale, la perdita è pari a circa 3,5 milioni di lavoratori, cioè il 22% della forza lavoro.

Circa 5,9 milioni di ucraini risultano registrati come rifugiati all’estero; la maggioranza sono donne in età lavorativa. A questo si aggiunge l’aumento del personale nelle forze armate – oltre un milione di persone – e il tragico bilancio di decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti.

È uno shock che per dimensioni ricorda solo alcuni traumi storici del Novecento. E non si è trattato di un episodio transitorio: a fine 2025 i rientri sono stati limitati, mentre la mobilitazione è proseguita.

Crolli locali, riallocazioni massive

Se l’offerta di lavoro si è contratta, anche la domanda ha subito un colpo durissimo. Nelle prime settimane di guerra oltre il 10% delle imprese ha sospeso completamente l’attività e un altro quarto ha ridotto drasticamente la produzione. Le nuove vacancy online si sono dimezzate nel primo anno.

Ma la geografia conta. Nei territori contesi – Donetsk, Luhansk, Kherson – i mercati del lavoro sono di fatto collassati: quasi nessuna nuova offerta, quasi nessuna candidatura. Nelle regioni occidentali, invece, l’occupazione è tornata vicino ai livelli pre-invasione e i flussi di nuove vacancy hanno superato quelli del 2021.

Il conflitto ha accelerato la riallocazione settoriale. Le attività legate alla difesa – produzione di armi, veicoli militari, apparecchiature di comunicazione – sono cresciute rapidamente. Al contrario, turismo, trasporti, attività ricreative e parte dell’industria pesante hanno subito contrazioni severe.

“È una riallocazione forzata: dall’economia dei consumi all’economia della sopravvivenza”, sintetizza Boeri. “Si producono meno beni civili e più beni militari. È un’inversione della direzione dello sviluppo”.

Disoccupazione su, poi giù

Ci si sarebbe potuti aspettare un’esplosione persistente della disoccupazione. Invece, dopo un picco oltre il 20% nel 2022, il tasso è gradualmente sceso fino a circa l’11-13% nel 2025, poco sopra il livello pre-guerra (attorno al 9%).

Dietro questa apparente normalità si nascondono profonde disuguaglianze: la disoccupazione è molto più elevata tra sfollati interni e persone con disabilità. Ma il dato aggregato segnala una capacità di assorbimento inattesa.

Il cuore del sistema: l’incontro tra domanda e offerta

Come è stato possibile? La risposta più sorprendente dello studio riguarda l’efficienza del matching, cioè la capacità del mercato di trasformare candidature e posti vacanti in occupazione effettiva.

Utilizzando dati mensili per regione e categoria professionale, gli autori stimano una funzione di matching prima e dopo l’invasione. Il risultato: l’efficienza è diminuita di circa il 13-15% dopo febbraio 2022. Non poco. Ma nemmeno il collasso che si sarebbe potuto temere.

“Considerata la scala dello shock – milioni di persone in fuga, bombardamenti, interruzioni di corrente – una riduzione del 15% è sorprendentemente contenuta”, commenta Boeri. “Significa che imprese e lavoratori hanno continuato a trovarsi, anche in condizioni estreme”.

La caduta è stata molto più forte nelle regioni più esposte ai bombardamenti – fino al 20-24% – e più contenuta in quelle occidentali (4-8%). Ogni giorno in più con allarmi antiaerei attivi riduceva significativamente l’efficienza dell’incontro tra domanda e offerta.

Adattarsi per sopravvivere

Tre meccanismi hanno fatto la differenza.

Primo: maggiore inclusione. Il 32% delle imprese intervistate nel 2025 si dichiara disposto ad assumere donne in occupazioni tradizionalmente maschili. È aumentata anche la quota di lavoratori over 60 e di persone con disabilità. La guerra ha aperto spazi prima impensabili.

Secondo: lavoro da remoto. Lo smart working, già diffuso dopo il Covid, è diventato una leva cruciale. Una quota non trascurabile di rifugiati continua a lavorare a distanza per imprese ucraine, mantenendo un legame con il Paese. “Il lavoro da remoto può ridurre la perdita permanente di capitale umano e facilitare il rientro”, osserva Boeri.

Terzo: flessibilità salariale. Dopo l’invasione, anche i salari nominali sono scesi – un fatto raro nella storia recente ucraina. Il salario minimo è rimasto congelato nel 2022-23, diventando meno vincolante in termini reali a causa dell’inflazione. Questo ha consentito aggiustamenti verso il basso, evitando licenziamenti di massa.

Il divario tra salari richiesti dai lavoratori e salari offerti dalle imprese si è rapidamente riassorbito dopo un iniziale allargamento, segnalando un riavvicinamento tra aspettative e condizioni di mercato.

Le cicatrici di lungo periodo

La resilienza non significa assenza di danni. Anzi. La perdita di capitale umano è forse la ferita più profonda: anni di istruzione interrotta, sfollamenti, traumi psicologici. Il rischio di una nuova ondata migratoria, soprattutto tra i lavoratori qualificati, è concreto: nel 2025 i salari medi ucraini sono circa un quarto di quelli polacchi e un decimo di quelli tedeschi.

“In guerra si sopravvive adattandosi”, avverte Boeri. “Ma la ricostruzione richiederà politiche mirate: reintegrazione dei veterani, investimenti massicci in istruzione, incentivi al rientro dei rifugiati, inclusione delle donne e delle persone con disabilità”.

Il paper insiste su sei priorità per la fase post-bellica: reinserimento dei veterani, recupero delle perdite educative, sostegno alla partecipazione femminile, politiche attive per la mobilità, strategie migratorie intelligenti e riforma del sistema pensionistico.

Sopravvivere non basta

Lo studio dimostra che un mercato del lavoro può continuare a funzionare anche sotto le bombe. Ma sopravvivere non equivale a prosperare. L’Ucraina ha retto grazie a flessibilità, adattamento e una sorprendente capacità di coordinamento tra imprese e lavoratori. Ora la sfida è trasformare questa resilienza in un motore di crescita. Perché, come ricordano Anastasia, Boeri e Zholud, le guerre si vincono anche nelle fabbriche. Ma la pace si costruisce nei mercati del lavoro.

Tito Boeri

TITO MICHELE BOERI

Università Bocconi
Dipartimento di Economia