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L’economia di mercato: degli altri

, di Claudio Dordi - professore associato presso il Dipartimento di studi giuridici
Cinque criteri stabiliscano se l'economia di un paese possa essere considerata tale e non di stato. Ma i paesi Ocse li soddisfano?

L'intervento massiccio dei governi a sostegno delle economie nazionali ha riportato alla luce il tema del ruolo dello stato nel sistema economico. Quando un'economia può dirsi di mercato e quando, invece, si avvicina a modelli alternativi, come ad esempio quello socialista? Che ruolo deve avere lo stato nel sostenere lo sviluppo? Nessuna costituzione dei principali paesi a economia di mercato prevede risposte precise. Si è visto come gli ampi margini di manovra lasciati dagli ordinamenti nazionali ai policy makers abbiano consentito l'attuazione di alcune misure considerate fondamentali per evitare il collasso dell'intero sistema economico: nazionalizzazioni, aiuti di stato, procedure di insolvenza 'controllate', introduzione di politiche potenzialmente protezionistiche. Quanto sorprende, invece, è la presenza, nelle normative dell'Ue e degli Stati Uniti, di alcuni criteri ai quali viene subordinato il riconoscimento di economia di mercato a Cina e Vietnam, unici a essere considerati, fra i membri dell'Organizzazione mondiale del commercio, non market economies. Va precisato che lo status di economia di mercato è rilevante solo ai fini delle misure di difesa commerciale (cioè antidumping e antisussidi) applicate dai paesi importatori.

L'Ue, per esempio, richiede il soddisfacimento di cinque criteri al paese che vuole essere riconosciuto quale economia di mercato. In primo luogo, viene misurata l'effettiva influenza del governo sull'allocazione delle risorse e sulle decisioni delle imprese. Ad esempio, la fissazione del prezzo delle risorse naturali o dei terreni, la presenza di incentivi per le imprese ad esportare o eventuali restrizioni all'esportazione di materie prime sono elementi negativi che pregiudicano il soddisfacimento del primo criterio. Il secondo criterio prevede che nel paese sotto inchiesta i costi di produzione e la situazione finanziaria delle imprese in via di privatizzazione o appena privatizzate riflettano l'effettivo valore di mercato e non siano distorte da normative statali atte, ad esempio, a svalutare l'attivo di bilancio o a favorire l'impiego di strumenti tipici di pagamento dei sistemi socialisti quali il baratto. In terzo luogo, la legislazione statale deve prevedere l'obbligo per le imprese (e deve esserne data prova di attuazione concreta) di essere soggette a normative commerciali che assicurino un'adeguata corporate governance (contabilità redatta secondo principi contabili internazionali, norme a protezione degli azionisti, adeguate informative societarie, etc). Quarto, l'ordinamento giuridico deve prevedere adeguate normative in materia di diritto fallimentare e di tutela della proprietà privata che garantiscano un grado sufficiente di certezza del diritto e prevedibilità normativa. Quinto, la moneta nazionale deve essere convertibile al tasso di mercato (esclusione del 'mercato nero' valutario). In base alle recenti valutazioni, Cina e Vietnam non soddisfano, per varie ragioni, il secondo e il terzo criterio. Viene rilevata in questi paesi una presenza massiccia di imprese di stato che godono di favori legislativi e finanziari (è molto più semplice ottenere credito dalle banche per le imprese di stato rispetto alle imprese private, nonostante le seconde, in base ai dati a disposizione, mostrino performance economico-finanziarie di gran lunga migliori). È stata notata, inoltre, la presenza di prezzi di materie prime fissati dallo stato (risorse naturali e terreni, in particolare) e l'assenza di adeguati strumenti di contabilità nelle imprese. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: quanti paesi membri dell'Ocse sarebbero in grado di soddisfare pienamente i cinque criteri descritti?