La partita dei dati
Nel nuovo ordine economico globale, la competizione tra Stati Uniti e Cina non si gioca più soltanto su tariffe e beni fisici, ma sempre più sul controllo dei dati, delle piattaforme e delle tecnologie digitali. È in questo spazio, fluido e ancora in larga parte privo di regole condivise, che si definiranno i rapporti di forza dei prossimi anni. Ed è proprio qui che l’Europa è chiamata a trovare un ruolo credibile.
Il paradosso europeo: debolezza come leva strategica
A prima vista, l’Unione europea parte in svantaggio. Non dispone dei giganti tecnologici americani né del controllo statale centralizzato che caratterizza il modello cinese. Eppure, proprio questa apparente debolezza può trasformarsi in una leva strategica. L’Europa è infatti l’unico grande attore globale che ha costruito la propria influenza non sulla potenza industriale o militare, ma sulla capacità di produrre regole.
Due modelli contrapposti nel governo dei dati
Nel digitale, questa vocazione normativa assume un significato particolare. Gli Stati Uniti hanno interesse a mantenere aperti i flussi di dati, perché da essi dipende il modello di business delle proprie piattaforme globali. La Cina, al contrario, rivendica la “sovranità digitale”, cioè il diritto di controllare e filtrare i dati all’interno dei propri confini. Due visioni difficilmente conciliabili, che riflettono non solo interessi economici, ma anche modelli politici incompatibili.
La “terza via” europea e il rischio di frammentazione globale
In questo contesto, l’Europa può tentare una terza via. Non si tratta di equidistanza, ma di costruzione di standard che rendano compatibili apertura e tutela. Regole su privacy, concorrenza, intelligenza artificiale e responsabilità delle piattaforme possono diventare strumenti per ridurre l’incertezza e creare un terreno comune minimo tra sistemi diversi. È ciò che già avviene, in parte, con il cosiddetto “effetto Bruxelles”, per cui norme europee finiscono per essere adottate anche altrove.
Questa ambizione si riflette anche nel dibattito multilaterale. All’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio, la Moratoria sui dazi sulle trasmissioni elettroniche ha rappresentato per oltre vent’anni uno dei pochi pilastri condivisi dell’economia digitale globale. Tuttavia, alla Conferenza ministeriale di Yaoundé i membri non sono riusciti a rinnovarla, lasciandola per la prima volta scadere. Ciò apre uno spazio giuridico per l’introduzione di dazi sui flussi di dati e segna un passaggio verso un sistema più frammentato, in cui regole e pratiche potrebbero divergere tra gruppi di paesi. In assenza di un nuovo accordo, il rischio è una frammentazione normativa che renderebbe più costosi e incerti gli scambi digitali.
I limiti del ruolo normativo e la sfida delle alleanze
Tuttavia, il ruolo di “regolatore globale” non è privo di rischi. Senza una base industriale e tecnologica adeguata, l’Europa potrebbe limitarsi a fissare regole scritte da altri, perdendo capacità di incidere realmente sugli equilibri economici. Inoltre, in un mondo in cui tecnologia e sicurezza nazionale sono sempre più intrecciate, anche le norme possono diventare strumenti di competizione geopolitica.
La vera sfida per l’Unione sarà quindi trasformare la propria forza normativa in capacità negoziale. Ciò significa costruire alleanze con paesi che condividono l’interesse per un sistema aperto ma regolato (dal Giappone al Canada, fino a molte economie emergenti) e utilizzare queste coalizioni per influenzare gli standard globali. Significa anche accettare che il multilateralismo del futuro sarà probabilmente meno universale e più “a geometria variabile”.
Incidere con le regole
In definitiva, l’Europa non potrà competere con Stati Uniti e Cina sul terreno della scala o del controllo, ma può ancora incidere su quello delle regole. Se riuscirà a farlo, potrà contribuire a evitare una frammentazione dell’economia digitale in blocchi incompatibili. In caso contrario, rischia di trovarsi stretta tra due modelli altrui, senza la capacità di orientarli.
La partita dei prossimi anni non sarà quindi solo tecnologica, ma profondamente politica. E passerà, sempre più, attraverso quei flussi invisibili di dati che stanno ridefinendo i confini stessi del commercio internazionale.