Figli di coppie omogenitoriali: da adulti scelgono professioni meno legate agli stereotipi di genere
Per oltre vent’anni il dibattito pubblico sull’omogenitorialità si è concentrato soprattutto su una domanda: i figli cresciuti da coppie dello stesso sesso stanno bene quanto quelli cresciuti da coppie eterosessuali? La letteratura scientifica ha progressivamente mostrato che, sul piano della salute, del benessere psicologico e dei risultati scolastici, non emergono svantaggi sistematici; in alcuni casi, anzi, le differenze osservate vanno in direzione positiva. Molto meno si sapeva, invece, di ciò che accade quando questi bambini diventano adulti e si affacciano al mercato del lavoro.
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Marriage and Family colma questa lacuna utilizzando dati amministrativi dell’intera popolazione olandese. La ricerca segue oltre 381 mila giovani adulti fino ai 25 anni di età, tra cui 760 cresciuti in famiglie omogenitoriali, offrendo la prima analisi su larga scala delle loro prospettive occupazionali.
Gli autori dello studio sono Silvia Palmaccio (Dondena Centre for Research on Social Dynamics and Public Policy e Invernizzi Center for Social Policy Impact Research and Evaluation – INSPIRE, Università Bocconi), insieme a Deni Mazrekaj (KU Leuven, Utrecht University e University of Oxford) e Kristof De Witte (KU Leuven e UNU-MERIT).
Una questione ancora controversa
La ricerca arriva in un momento in cui i diritti genitoriali delle coppie omosessuali continuano a essere oggetto di dibattito in numerosi Paesi. Sebbene molti Stati abbiano riconosciuto il matrimonio egualitario e ampliato i diritti di adozione, persistono restrizioni legislative e resistenze culturali.
Gli autori osservano che gran parte delle discussioni politiche si fonda ancora sull’idea che crescere in una famiglia omogenitoriale possa comportare svantaggi duraturi. Tuttavia, fino a oggi mancavano dati sufficientemente ampi per verificare se questi eventuali effetti emergessero una volta concluso il percorso educativo e iniziata la vita lavorativa.
Come spiegano gli autori:
“Questo studio fornisce le prime evidenze basate su dati di popolazione relative all'andamento dei giovani adulti provenienti da famiglie omogenitoriali al loro ingresso nel mercato del lavoro, poco dopo aver concluso il percorso di studi a tempo pieno.”
L’obiettivo è dunque capire se essere cresciuti con due madri o due padri influenzi reddito, occupazione e inserimento professionale nella prima età adulta.
I dati: una fotografia dell’intera popolazione
Gli autori utilizzano registri fiscali e amministrativi longitudinali dei Paesi Bassi, che consentono di seguire nel tempo tutti i cittadini nati tra il 1995 e il 1999.
Il campione finale comprende 381.131 giovani di 25 anni che hanno concluso il percorso formativo. Tra questi, 760 hanno vissuto almeno un anno in una famiglia con genitori dello stesso sesso e 246 sono stati cresciuti in una famiglia omogenitoriale fin dalla nascita.
I ricercatori analizzano quattro indicatori fondamentali:
- reddito annuo;
- salario orario;
- probabilità di essere occupati;
- probabilità di lavorare a tempo pieno.
Nessuna penalizzazione sul mercato del lavoro
Il risultato principale è molto chiaro:
“I giovani adulti cresciuti in una famiglia omogenitoriale guadagnano quanto i loro coetanei cresciuti in famiglie eterosessuali, hanno lo stesso tasso di occupazione e la stessa probabilità di avere un impiego a tempo pieno.”
Dopo aver tenuto conto di numerosi fattori (reddito familiare, livello di istruzione dei genitori, stabilità familiare, origine etnica e altre caratteristiche socioeconomiche) non emergono differenze statisticamente significative tra i due gruppi. In altre parole, i figli delle coppie omogenitoriali non mostrano né vantaggi né svantaggi economici rispetto ai coetanei cresciuti in famiglie eterosessuali.
Il dato è particolarmente rilevante perché contraddice una delle più frequenti obiezioni avanzate nel dibattito pubblico: l’idea che eventuali difficoltà vissute durante l’infanzia possano tradursi in risultati peggiori una volta entrati nel mondo del lavoro.
Dove emerge una differenza: la scelta delle professioni
Se redditi e occupazione risultano sostanzialmente identici, una differenza significativa compare invece nelle scelte professionali. Lo studio mostra infatti che i giovani cresciuti in famiglie omogenitoriali tendono più spesso a scegliere settori professionali tradizionalmente associati al sesso opposto.
Gli uomini cresciuti con genitori dello stesso sesso risultano più presenti in comparti a prevalenza femminile, come sanità, assistenza sociale ed istruzione. Le donne, invece, mostrano una maggiore propensione verso settori tipicamente maschili, anche se in questo caso l’associazione statistica non è significativa. In pratica, i giovani cresciuti fin dalla nascita in famiglie omogenitoriali hanno una probabilità quasi doppia di intraprendere percorsi professionali non convenzionali rispetto alle aspettative di genere.
Gli autori propongono una spiegazione legata alla socializzazione familiare. Nelle coppie dello stesso sesso, la divisione del lavoro domestico tende a essere più equilibrata rispetto a molte coppie eterosessuali. I figli crescono quindi osservando modelli meno rigidi di distribuzione dei ruoli familiari. Inoltre, bambini e bambine cresciuti in famiglie omogenitoriali sono spesso meno vincolati ai comportamenti considerati “da maschi” o “da femmine” e mostrano più interesse per attività neutre rispetto al genere. Questi diversi modelli familiari potrebbero contribuire a ridurre l’interiorizzazione degli stereotipi di genere e ampliare l’orizzonte delle possibili scelte professionali.
La ricerca non trova invece evidenze a sostegno di altre ipotesi frequentemente avanzate: non emerge un ruolo significativo della numerosità familiare, del capitale umano accumulato durante il percorso scolastico o della discriminazione territoriale tra aree urbane e rurali.
Un tassello importante nel dibattito sull’omogenitorialità
Lo studio rappresenta una delle prove empiriche più solide disponibili oggi sul tema. Grazie all’utilizzo di dati amministrativi di popolazione e non di piccoli campioni volontari, i risultati risultano particolarmente robusti.
Sulla base di questi dati, quindi, si può concludere che crescere con due madri o due padri non compromette l’ingresso nel mercato del lavoro. Se una differenza esiste, riguarda piuttosto il modo in cui questi giovani si orientano tra i settori professionali, con scelte meno aderenti agli schemi tradizionali di genere.
In un’epoca in cui molte economie cercano di ridurre la disparità di genere nei percorsi formativi e lavorativi, questo risultato suggerisce che il contesto familiare possa contribuire a plasmare aspirazioni e carriere in modi più profondi di quanto si pensasse.