La discriminazione prosegue dopo il lavoro
Una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ha imposto all'Italia di uniformare l'età legale di pensionamento per uomini e donne nel pubblico impiego, eliminando per le donne la possibilità di andare in pensione 5 anni prima degli uomini. La sentenza ha provocato un acceso dibattito: da un lato i sostenitori della necessità di compensare ex post, con il requisito pensionistico favorevole, le donne per l'attività che svolgono nella cura di bambini e anziani e per le difficoltà che subiscono nell'accesso all'attività lavorativa e nelle progressioni di carriera.
Dall'altro coloro che non ritengono appropriato correggere le penalizzazioni femminili sul mercato del lavoro e il maggior carico di cura delle donne attraverso regole del sistema pensionistico favorevoli, e auspicano l'innalzamento dell'età pensionabile femminile, prevedendo di utilizzare i risparmi ottenuti per aumentare i servizi di cura.Il dibattito in corso è l'occasione per riflettere e approfondire il tema della presenza di disparità di genere nel sistema pensionistico, che possiamo articolare in più aspetti. In primo luogo, nel 2006, l'importo medio annuale dei redditi pensionistici per un uomo era pari a 15.990 euro rispetto a 11.133 euro percepiti in media dalle donne.Questa differenza dipende dalla forte concentrazione delle donne nelle classi di importo pensionistico basso. Inoltre, gli uomini hanno un numero medio di anni di contribuzione decisamente superiore a quello delle donne, con la conseguenza che nel 2006, circa l'83% delle pensioni di anzianità, di ammontare medio più elevato rispetto a quelle di vecchiaia, era percepito da uomini. Le diverse storie contributive si riflettono anche sull'età effettiva di ritiro dal mercato del lavoro: nonostante il nostro sistema pensionistico, a differenza del resto di Europa, preveda età legali di pensionamento differenziate per genere, l'età media effettiva di uscita dal mercato del lavoro per uomini e donne in Italia è sostanzialmente uguale. Infine, il design del sistema pensionistico può essere rilevante: quando il legame tra contributi versati e prestazioni ricevute è stretto, come accade con l'adozione del metodo contributivo, il sistema pensionistico ha più una finalità assicurativa che redistributiva, con evidenti svantaggi per le donne che hanno redditi da lavoro mediamente inferiori a quelli maschili. Questi argomenti suggeriscono che i trattamenti pensionistici differenziati tra uomini e donne derivano principalmente da differenze nel mercato del lavoro. Le interruzioni di carriera, più frequenti per le donne, non sempre coperte dai contributi previdenziali e spesso associate al lavoro di cura, i profili retributivi, tipicamente più bassi e meno dinamici di quelli maschili, la maggior presenza negli impieghi part-time, nei lavori occasionali e atipici, che molte volte non danno adeguata copertura previdenziale, sono i principali responsabili dello svantaggio femminile in sede pensionistica.Solo agendo sul mercato del lavoro potremo superare le differenze nei trattamenti pensionistici senza la necessità di interventi compensativi ad hoc.La presenza di disparità di genere nel sistema pensionistico è una questione aperta anche per altri paesi europei. In Italia i maggiori ritardi nella partecipazione femminile al mercato del lavoro la rendono una questione particolarmente delicata. Ciò nonostante, le numerose riforme del sistema pensionistico realizzate nel nostro paese negli ultimi decenni non hanno mai incluso una riflessione sulla dimensione di genere, e hanno scarsamente scalfito l'impianto dello stato sociale nel suo complesso. Un ripensamento del nostro stato sociale con un maggior rilievo dato a componenti finora marginali (individui nella famiglia e lavoro) può essere invece necessario per indurre comportamenti ed esiti demografici che promuovano lo sviluppo nel lungo periodo.