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La crisi del settimo anno fa 19

, di Rodolfo Helg
Doha round: tra India e Usa manca l’accordo sul diciannovesimo punto del patto

Lo scorso 29 luglio il negoziato del Doha round ha per l'ennesima volta fallito invece di concludersi con un accordo. E dire che i negoziatori sembravano averne raggiunto uno di massima su 18 dei 20 punti che erano in agenda. Sono cascati sul diciannovesimo che prevedeva la definizione del meccanismo di salvaguardia speciale (Ssm, special safeguard mechanism) che permette a un paese in via di sviluppo di alzare temporaneamente i dazi qualora si verifichi una non attesa e consistente crescita delle importazioni agricole o una caduta del loro prezzo. Questa flessibilità fu introdotta durante il precedente round negoziale (l'Uruguay round) in cui per la prima volta sul tavolo delle trattative apparve il dossier agricolo. Il collasso dei negoziati è avvenuto quando Usa e India (appoggiata dalla Cina) non sono riusciti ad accordarsi sui margini operativi degli Ssm. È difficile pensare che il crollo sia dovuto solo a un argomento così tecnico. Si potrebbe pensare che la rigidità degli Usa fosse dovuta alla non volontà di accordarsi sulla riduzione del protezionismo nel settore del cotone (il ventesimo punto). O che altri negoziatori come la Ue non abbiano fatto troppi sforzi per evitare il fallimento per essere sollevati dall'implementazione delle poche concessioni fatte sul fronte della liberalizzazione del settore agricolo europeo. O alla Cina, che appena entrata in gioco lascia il segno appoggiando la richiesta protezionista sul Ssm dell'India. Un elemento nuovo questo, in quanto la Cina, continuando a seguire la vecchia direttiva di Deng Xiaoping,aveva fino a oggi quasi sempre mantenuto una strategia di basso profilo negli incontri internazionali. In realtà, sono finora mancate forti lobby che avessero un interesse nel processo di liberalizzazione e che riuscissero a contrastare le lobby protezioniste, come quella degli agricoltori europei e statunitensi. Inoltre, una congiuntura economica come l'attuale, di forte rallentamento della crescita o di vera e propria recessione, non ha mai aiutato i processi di liberalizzazione commerciale. Infine, la continua insistenza sull'approccio del "tutto o niente", in cui i vari dossier negoziali sono rilegati in un unico documento che i negoziatori devono sottoscrivere o rigettare nel suo complesso, ha mostrato in questa fase di essere troppo ambizioso. La storia passata del Gatt/Omc ha mostrato l'efficacia di accordi plurilaterali limitati ai membri dell'Omc che riuscivano a giungere a compromessi su determinati dossier. Non si capisce perché un accordo multilaterale appesantito da varie eccezioni a favore di diversi gruppi di paesi membri, debba essere superiore a un meno ambizioso accordo plurilaterale.

In ogni caso il negoziato non è ancora fallito. A metà settembre sono ripresi a Ginevra i colloqui a livello senior su Ssm e agricoltura. Il problema è che siamo alla vigilia di un periodo di circa 18 mesi con appuntamenti elettorali (tra cui Usa, India e Ue) ed è perciò difficile che si riescano a chiudere questi negoziati nei prossimi mesi.

Storicamente ciascun round negoziale è durato più del precedente. Il Doha round è partito nel novembre 2001 e l'Uruguay round è durato sette anni e mezzo. Riusciranno i negoziatori a rispettare la regolarità statistica di un trend di crescita lineare nella durata temporale dei round negoziali successivi?