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La crisi del credito cancella l'emergenza climatica

, di Marzio Galeotti - professore ordinario all'Universita' di Milano, e' ricercatore presso lo Iefe Bocconi
La tendenza prevalente oggi è quella del risparmio, ma con l'inazione il surriscaldamento peggiorerà

Il 2008 sembrava un anno speciale per la lotta ai cambiamenti climatici. Dopo lunghe discussioni, il pacchetto europeo sul clima era stato approvato, mentre negli Stati Uniti il candidato democratico Obama era stato eletto presidente sulla base di un programma che della lotta al clima e agli sprechi energetici aveva fatto uno dei pilastri principali.

Ma poi sul finire dell'estate era arrivata la crisi, dalla virulenza senza precedenti, che si è trasmessa dalla sfera finanziaria all'economia reale e che sta oggi facendo sentire le sue pesanti conseguenze. Una crisi di fiducia verso gli altri operatori e di sfiducia verso il futuro, che inceppa il meccanismo del credito, rallenta l'economia, riduce i redditi e accresce la disoccupazione. Le pubbliche finanze vengono sottoposte a tensioni crescenti: a fronte di minore gettito fiscale crescono le richieste di intervento a favore di banche, industrie e famiglie. Si affaccia un nuovo statalismo che dilata i deficit pubblici.

E la lotta ai cambiamenti climatici? Nella misura in cui è percepita a torto o a ragione come un costo (un atteggiamento diffuso tra i decisori politici dal momento che i costi sono più vicini, visibili e certi dei benefici) è difficile negare che la crisi economica abbia l'effetto di attenuarne, e di molto, la serietà e l'urgenza.

Quali effetti può avere la crisi economica su energia e clima? Il crollo del prezzo del petrolio fa tornare competitive le fonti fossili di energia. Se la bolletta energetica delle famiglie ne risente in positivo, il riequilibrio dei prezzi relativi delle fonti energetiche rende relativamente più costose quelle alternative, rinnovabili (e nucleare) in testa. Le politiche si spostano dalle tasse ai sussidi, il che non fa un favore alla causa del clima in quanto il principio secondo cui 'chi inquina paga' non lascia molto spazio alla fantasia. Ma i tempi sono quelli che sono e i sussidi hanno il pregio di contribuire ad attenuare la recessione.

Il rallentamento generalizzato dell'economia induce comportamenti volti al risparmio, a economizzare sui consumi e ciò riguarda anche l'energia, dai trasporti all'elettricità. E porta a un rallentamento spontaneo nella crescita delle emissioni inquinanti, di gas-serra comprese. Il problema più serio che la crisi economica pone per la lotta al clima è tuttavia il rischio di un calo dell'attenzione che viene distolta dal tema. Il risultato è che l'emergenza climatica cessa di essere tale di fronte all'emergenza del credito, dei redditi, dell'occupazione e solo una forte volontà politica può impedire questa per certi versi comprensibile tendenza.

Dovremmo allora rinunciare a prendere l'iniziativa sul fronte del clima?

Vi sono tre fondamentali ragioni per cui non possiamo e non dobbiamo rimandare l'intervento a un futuro più favorevole (se mai esiste).

La prima è che la crisi economica passerà, mentre il problema climatico no. Anzi con l'inazione è destinato a diventare ancora più grave.

La seconda è che gli obblighi per il nostro e gli altri paesi sono sempre lì. Kyoto è ineludibile e così lo sono gli impegni del pacchetto europeo per il 2020.

La terza ragione, infine, è che si può e si deve intervenire anche sostenendo l'economia con incentivi e sussidi. Questi servono a contrastare il ciclo economico avverso, ma è cruciale cogliere questa occasione per iniziare a cambiare la struttura della produzione e dei consumi in direzione della sostenibilità. Gli interventi sull'efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili possono in linea di principio fornire importanti co-benefici: accresciute opportunità d'impiego, riduzione degli inquinanti locali, gettito fiscale aggiuntivo, ripresa dell'attività produttiva. Cruciale è dunque per la politica capire che questa è un'occasione che potrebbe rivelarsi irripetibile.