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La Cina che investe

, di Valeria Gattai - ricercatrice presso l'Università Milano-Bicocca e docente di macroeconomia in Bocconi
Pechino fa shopping d'impresa in Usa ed Europa

Tasso di crescita del pil superiore al 9%, ampia dimensione del mercato, basso costo della manodopera e una popolazione che supera il miliardo e trecento milioni di abitanti sono solo alcuni dei motivi che, in passato, hanno reso la Cina una meta ambita per la delocalizzazione produttiva, spingendo gli imprenditori di tutto il mondo a cercare fortuna nel paese dalle mille opportunità. A partire dalla riforma economica, promossa da Deng Xiaoping nel 1978, gli investimenti diretti esteri (ide) si sono moltiplicati a ritmo sostenuto rendendo la Repubblica popolare cinese (Rpc) il secondo ricettore di ide nel 1995, dopo gli Usa, e il primo tra i paesi in via di sviluppo.

Ma la Cina è cambiata. Se, fino a pochi anni fa, essa veniva concepita come sola destinazione per investimenti stranieri, di recente ha consolidato la propria posizione come investitore globale, divenendo origine di imponenti flussi di ide.Non a caso nel dicembre 2004, Lenovo, principale produttore cinese di personal computer, acquistava le attività manifatturiere del gruppo Ibm, con un esborso di oltre un miliardo di dollari; nello stesso momento China minmetal group negoziava un'acquisizione al 100% del gigante canadese Norand e sulle pagine dei nostri quotidiani spiccano numerosi riferimenti all'offerta di Baic per l'acquisto di Opel e l'interesse di Sichuan auto per l'americana Hummer. Entro la fine del 2008, circa 7.000 multinazionali cinesi avevano stabilito oltre 10.000 sussidiarie oltremare, scavalcando i confini nazionali ed estendendo la propria rete produttiva e distributiva sui cinque continenti. In questo scenario di forte espansione delle multinazionali cinesi, la ricettività dell'Europa si è dimostrata piuttosto limitata: solo il 4% degli investimenti in uscita dalla Rpc trova collocazione nel vecchio continente, mentre Asia e America Latina ne monopolizzano quasi totalmente la distribuzione geografica. Tuttavia, l'importanza di Europa e Nord America è timidamente aumentata nel tempo, mentre il peso del Sud America è andato progressivamente riducendosi. Una possibile spiegazione di questa tendenza risiede nell'inevitabile interrelazione tra la distribuzione geografica degli investimenti diretti e il tipo di attività delocalizzata all'estero: i dati mostrano che Africa ed America Latina tendono a essere apprezzate per la loro abbondanza di risorse naturali, mentre Europa e Stati Uniti sono mete interessanti come fonte di asset strategici, quali tecnologia avanzata e capitale umano altamente qualificato. Se i primi protagonisti dell'internazionalizzazione cinese erano le grandi aziende di stato, inefficienti e regolamentate, poco flessibili e mosse dalla sete di risorse naturali, i nuovi attori che si affacciano sull'arena internazionale sono imprese private, altamente competitive e motivate, imprese che rispondono agli stimoli del mercato e si nutrono di ambizioni globali. Per questo motivo non deve stupire la crescente importanza di Europa e Nord America, come meta di ide, e il tramonto dell'America Latina. Le multinazionali cinesi del XXI secolo ricercano all'estero proprio quelle risorse e competenze che non sono in grado di reperire sul mercato domestico: esse, dunque, si concentrano nell'industria pesante in Germania, nel settore automobilistico in Gran Bretagna, e nel comparto moda in Italia, al fine di catturare le esternalità locali, e rendere proprio il know-how produttivo e distributivo. La Cina non è mai stata così vicina: la nuova sfida per l'Europa consiste nella capacità di sfruttare sinergie, modificando la propria visione del Regno di Mezzo da terra di investimenti a terra di investitori.