Il Wto modello per la finanza
L'iniziativa italiana al G8, promossa da Giulio Tremonti, per un accordo sui global legal standard mira a istituire un quadro giuridico vincolante cui debbano attenersi le imprese, inclusi gli operatori finanziari, nel mercato globale. Sono gli stati che devono adottare questi standard minimi uniformi e garantire singolarmente e in collaborazione tra loro che queste regole siano rispettate sotto pena di sanzioni. Soprattutto nel mondo della finanza molti storcono il naso. Troppo radicata é l'abitudine alla deregulation. D'altro canto resta la preferenza tradizionale da parte di molte autorità nazionali di vigilanza di fare da sole. È il caso di Fed e Sec americane in tema di controlli sui derivati e sugli hedge fund. Ma non ci sarà nessuna prevenzione della prossima crisi se continueremo ad accontentarci di standard divergenti e di una vaga cooperazione nell'ambito di organismi finora senza poteri, come il Financial stability board, mentre si nega autorità al Fondo monetario internazionale.
Esiste già un modello di regole multilaterali efficaci per dare certezza agli operatori e vincolare gli stati con vere norme e non solo a standard discrezionali, un modello che lascia loro allo stesso tempo delle valvole di sicurezza per deroghe in casi di emergenza. Funziona da tempo e ha retto bene la crisi: è la Wto, il sistema multilaterale dell'Organizzazione mondiale del commercio che disciplina gli scambi a livello globale tra oltre 150 paesi, dalla Cina agli Usa, dalla Comunità europea al più piccolo staterello del terzo mondo. Prima della grande crisi del 2008-2009 si dubitava dell'efficacia di questo sistema: il negoziato commerciale in corso (il Doha Round) per ridurre ulteriormente dazi doganali e sussidi agricoli languiva, come tuttora langue, mentre la rimozione di barriere abusive prende molto tempo. All'opposto altri si lamentavano che le protezioni consentite non erano sufficienti. Ebbene proprio la crisi ha dimostrato che le regole e le procedure della Wto sono un valido argine al ritorno del protezionismo e che il sistema regge. Certo, il commercio internazionale si è contratto dopo anni di crescita (la previsione per il 2009 è di –9%). La contrazione è dovuta al calo degli acquisti dei consumatori americani che ha colpito l'export cinese e di seguito quello di macchinari tedeschi, non all'introduzione di restrizioni doganali vietate da parte dei paesi importatori. I timori inizialmente espressi in tal senso non si sono per fortuna realizzati. A bloccare una spirale negativa di restrizioni e contro-restrizioni non è stata solo la memoria del crollo del commercio internazionale negli anni 1930. Decisiva è stata la vigilanza della Wto sulle politiche nazionali, potenziata a seguito delle direttive in tal senso espresse del G20 di Londra dell' aprile scorso. D'altra parte il sistema consente misure di emergenza in caso di crisi, persino sovvenzioni a industrie nazionali in difficoltà (leggi: auto) purché non impattino sugli scambi. Lo stesso per i dazi antidumping contro l'ingresso di merci straniere esportate sottocosto o sovvenzionate dalla mano pubblica, cui è stato fatto solo moderato ricorso (+ 17%). L'efficacia delle regole commerciali e della vigilanza multilaterale, che includono il deterrente di ritorsioni, purché debitamente autorizzate e solo per reagire alle violazioni accertate dai tribunali della Wto, indicano quest'ultima come un possibile modello per regolamentare in modo efficace e coordinato il mondo della finanza globale.