Il Made in Italy e la politica doganale aziendale
La questione concernente la possibilità di apporre l'indicazione 'Made in Italy' su beni progettati in Italia, ma prodotti all'estero, continua ad avere il pregio di costituire un esempio di quanto possa essere difficile da interpretare e gestire la disciplina delle operazioni di commercio internazionale. L'accesso ai mercati di paesi terzi, obiettivo delle esportazioni, e al mercato comunitario, nel quale si importano beni comprati o ottenuti all'estero, è condizionato dall'applicazione dei dazi, delle norme, delle procedure e prassi di controllo doganale di ciascuno stato importatore.
Nell'ottica dell'importanza fondamentale che la prevedibilità delle implicazioni connesse alle decisioni di import, export e outsourcing riveste per un'azienda, gli sforzi di armonizzazione realizzati nelle sedi multilaterali, soprattutto in ambito Wto, hanno contribuito ad affermare il valore della trasparenza delle politiche commerciali e doganali, elevandolo a principio multilaterale.
Ciononostante, nel momento in cui un prodotto di qualsiasi natura attraversa la linea doganale per accedere al territorio del paese cui è destinato, viene di fatto sottoposto alla disciplina commerciale e doganale specifica di quello stato. Inoltre, per continuare a rafforzare la competitività dell'industria nazionale, per tutelare i consumatori e l'ambiente, per adempiere agli impegni derivanti dall'appartenenza al sistema multilaterale o alla conclusione di accordi commerciali preferenziali, tale disciplina è in continua evoluzione, richiedendo, pertanto, un aggiornamento costante.
Un quadro così complesso si presta ad innumerevoli considerazioni. La più elementare ha per oggetto l'incidenza, ancora elevata, dei dazi doganali, eccettuando Unione europea, Stati Uniti e Canada che applicano in media, rispettivamente, dazi pari al 5,4%, al 3,5% e al 5,5%. Per la Svizzera, però, si sale al 7,6%, al 9,9% per la Cina, al 19,2% per l'India, all'11,4% per la Russia e al 12,3% per il Brasile. Per Tunisia e Marocco, paesi verso i quali molte aziende italiane delocalizzano, la media è rispettivamente del 26,8% e del 24,5%. Secondo la Wto, dazi pari o superiori al 15% sono considerati picchi tariffari.
Questi dati spiegano perché il commercio a dazio preferenziale o in esenzione daziaria rimanga un obiettivo fondamentale alla base degli accordi commerciali preferenziali, la cui continua proliferazione è uno dei maggiori aspetti delle relazioni commerciali internazionali. In questo contesto, ciò che fa riflettere è che, considerando come il 100% tutte le operazioni del commercio mondiale, solo il 43% ha usufruito, nel 2004, della riduzione o esenzione daziaria prevista nel quadro degli accordi commerciali preferenziali vigenti. Questo significa che il 57% delle operazioni d'importazione ed esportazione non ha beneficiato dell'opportunità di accesso competitivo al mercato che gli accordi preferenziali mirano a offrire.
Le aziende italiane che hanno cominciato a porsi il problema di pianificare una strategia per le operazioni commerciali internazionali, devono tendere all'ottimizzazione di tutte le occasioni offerte dall'estesa geografia degli accordi commerciali preferenziali. Includere la gestione consapevole della variabile doganale nel processo decisionale di selezione dei paesi nei quali delocalizzare determinate fasi produttive, o acquistare componenti produttivi, o verso i quali esportare, è un altro buon esercizio di competitività che consente, tra l'altro, di mantenere sotto controllo i rischi e i costi delle verifiche svolte dalle dogane al momento dell'importazione.
Il momento di crisi attuale deve costituire un incentivo a maturare la consapevolezza dell'importanza di avere una politica commerciale e doganale aziendale. Non è più tempo di agire pensando che una volta spedite le merci, i dazi, i controlli e i blocchi in dogana sono un problema che riguarda solo l'importatore. L'importatore è il cliente.