Il lato oscuro delle acquisizioni
Di solito, sono raccontate come storie a lieto fine: startup brillanti che vengono acquisite dai giganti della tecnologia, imprenditori premiati, innovazioni che trovano finalmente le risorse per diventare grandi. Facebook che compra Instagram e WhatsApp, Google che incorpora YouTube e Waze, Microsoft che ingloba LinkedIn. Operazioni apparentemente innocue, molto spesso troppo piccole per attirare l’attenzione delle autorità antitrust.
Eppure, sotto la superficie di questa narrazione rassicurante, si nasconde un rischio meno visibile ma che può avere conseguenze di portata rilevante per il futuro dell’innovazione. È il rischio che l’accumulo di acquisizioni finisca per rafforzare in modo permanente il potere di mercato dei più grandi, rendendo sempre più difficile, nel tempo, la nascita di veri concorrenti.
Il tema è affrontato in un articolo pubblicato su The RAND Journal of Economics da Michele Polo (Dipartimento di Economia, Università Bocconi; GREEN e IGIER) e Vincenzo Denicolò (Università di Bologna e CEPR) con il titolo “Acquisitions, Innovation and the Entrenchment of Monopoly”. L’idea centrale è semplice quanto clamorosa: le acquisizioni possono stimolare l’innovazione nel breve periodo, ma soffocarla nel lungo periodo.
Il paradosso dell’“invention-for-buyout”
Il punto di partenza del paper è un meccanismo ben noto agli economisti dell’innovazione: l’invention-for-buyout effect. Molte startup non nascono con l’obiettivo di diventare grandi imprese indipendenti, ma con la speranza di essere acquistate. La prospettiva di un esito redditizio aumenta gli incentivi a investire in ricerca e sviluppo, soprattutto in settori — come il digitale o il software — dove portare un’innovazione sul mercato richiede asset che le piccole imprese non possiedono. Secondo gli autori, infatti, “nel breve periodo, le acquisizioni stimolano sempre l’innovazione grazie all’invention-for-buyout effect.” È il classico argomento di chi difende una politica antitrust permissiva: vietare le acquisizioni significherebbe ridurre le ricompense attese per gli innovatori. Ma questo è solo metà della storia.
Quando il monopolio si auto-rinforza
Il risultato più originale del paper emerge quando l’orizzonte temporale si allunga. Denicolò e Polo costruiscono un modello dinamico in cui l’innovazione è un processo continuo, fatto di sfide ripetute tra nuovi entranti e un incumbent dominante. Se non fosse in grado di assorbire le innovazioni acquisendo le start-up, l’impresa dominante nel tempo verrebbe rimpiazzata dalle nuove imprese, una forma di concorrenza Schumpeteriana. Attraverso ripetute acquisizioni, l’incumbent rimane sulla frontiera tecnologica e rafforza progressivamente la sua posizione.
Ogni acquisizione, spiegano gli autori, può rafforzare il vantaggio competitivo dell’impresa dominante attraverso la fedeltà dei consumatori, le economie di scala dinamiche, l’accesso privilegiato ai dati. In questo modo si genera quello che gli autori chiamano entrenchment of monopoly, la “cristallizzazione” del monopolio.
Il meccanismo è descritto in modo preciso: “l’entrenchment-of-monopoly effect si verifica quando un’acquisizione aumenta il vantaggio competitivo dell’incumbent rispetto ai potenziali sfidanti.” Il risultato è che i futuri innovatori, trovandosi davanti un avversario sempre più forte, ridimensionano i propri investimenti in R&S.
Inoltre, anche quando le startup continuano a essere acquistate, la loro posizione negoziale peggiora: “l’entrenchment peggiora le opzioni esterne degli innovatori e riduce quindi il prezzo di acquisizione che possono negoziare con l’incumbent.” In altre parole, più il monopolio si consolida, meno conviene innovare.
Breve contro lungo periodo: il punto cieco dell’antitrust
Il punto cruciale dell’articolo sta qui: se si guarda solo all’effetto immediato di una singola acquisizione, come purtroppo spesso fanno le autorità antitrust, il verdetto è quasi sempre assolutorio. Ma questo approccio è miope.
“Valutare le acquisizioni come casi isolati porta invariabilmente a una politica permissiva, ma è generalmente non ottimale,” scrivono gli autori. Una politica davvero orientata al benessere dei consumatori deve essere lungimirante, capace cioè di considerare gli effetti cumulativi nel tempo. Il modello mostra dunque che, quando l’effetto di consolidamento del monopolio è sufficientemente forte, vietare le acquisizioni può aumentare l’innovazione nel lungo periodo, anche se nel breve periodo la rallenta. È un risultato controintuitivo, ma importantissimo: la concorrenza futura può valere più di qualche innovazione supplementare oggi.
Ciò che conta davvero
Il paper di Polo e Denicolò si inserisce direttamente nel dibattito più recente sull’evoluzione delle politiche antitrust, in particolare negli Stati Uniti e in Europa. Le nuove Merger Guidelines statunitensi, così come il Digital Markets Act europeo, mostrano una crescente attenzione alle acquisizioni seriali e ai loro effetti dinamici. In questo contesto, la dimensione della startup acquisita è spesso irrilevante. Ciò che conta davvero è la forza dell’impresa che compra. In mercati innovativi, il rischio non è tanto l’eliminazione di un concorrente attuale, quanto la sterilizzazione di quelli futuri.