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Il Doha Round non è morto

, di Giorgio Sacerdoti
La conclusione adesso si impone, per poter poi guardare avanti

Dopo la rottura delle trattative a fine luglio parecchi commentatori avevano dato il negoziato per fallito e il multilateralismo degli scambi come spacciato. Qualche protagonista, anche italiano, non aveva nascosto la propria soddisfazione sperando che la sfida della globalizzazione potesse essere accantonata. Il lavoro è invece ripreso anche se i risultati non potranno essere finalizzati se non dopo le elezioni americane.

Questi sommari giudizi non tenevano conto della tenacia di Pascal Lamy, il capo del Wto, a non sprecare il lavoro fatto, e dell'importanza delle intese raggiunte, che pochi negoziatori erano pronti a buttare via. L'impegno americano ed europeo a ridurre i sussidi agricoli, distorsivi dei mercati e delle nostre economie, sono stati ritenuti significativi, ma queste offerte non valevano niente finché tutti gli altri pezzi del puzzle non si componevano. Alla fine anche i principali paesi emergenti si erano dichiarati disposti in cambio ad aprirsi ai manufatti dei paesi industriali, pur insistendo nella protezione dei loro settori più fragili. Anche sui servizi, il settore più moderno e trainante dell'economia, si erano registrati progressi. Lo stesso dicasi per il nodo delle denominazioni d'origine, tanto caro al nostro paese. Il negoziato si è arenato sulla protezione straordinaria chiesta dall'India contro un'eventuale crescita eccessiva dell'import agricolo a tutela dell'economia di sussistenza dei contadini indiani. Una richiesta non illogica, ma che può essere accomodata con opportune soluzioni tecniche. La lotta alla povertà nel Terzo mondo richiede riforme strutturali domestiche oltre che assistenza internazionale. I vantaggi di un accordo non si misurano solo in termini commerciali. Un rilancio del quadro multilaterale e della sicurezza degli scambi a livello globale darebbero un segnale di impegno condiviso da parte delle locomotive della economia mondiale in un momento di flessione della crescita. Il commercio internazionale è da 60 anni un motore dello sviluppo; non ci sono motivi perché non lo sia più in futuro. Gli accordi regionali possono completare utilmente il quadro multilaterale, in nessun caso ne rappresentano una valida alternativa.

La conclusione del Doha round si impone per una ragione più generale: si tratta dell'ultimo negoziato basato sulle regole e le procedure del secolo scorso, che prosegue la liberalizzazione progressiva ottenuta col Gatt. Riduzione reciproca dei sussidi e dei dazi doganali, non discriminazione su base di parità di trattamento e infine consenso generale come presupposto di ogni accordo non sono nulla di nuovo, anche se sono sempre più problematici con 153 paesi membri del Wto. Davanti a noi stanno nuove esigenze, un mare ignoto in cui il mondo non potrà più navigare con le vecchie regole: carbon tax per reagire al riscaldamento globale; un regime per i biocarburanti; protezione rafforzata dell'ambiente nei paesi produttori e consumatori; gestione condivisa delle risorse naturali per evitare blocchi all'export, prezzi fuori controllo e rischio di penuria dopo decenni di abbondanza e di spreco. E infine la questione energetica. Un nuovo assetto istituzionale ancora da inventare e nuovi principi di cooperazione da condividere sono richiesti per affrontare queste nuove sfide. È dunque gran tempo di concludere e mettersi alle spalle il vecchio Doha round, che si trascina dal 2001, per guardare in avanti con coraggio.