Ifrs-Ias, una musica che manca di energia vitale
La volontà di vivere in modo consapevole ci obbliga a interpretare i processi che incontriamo nella nostra quotidianità e nel farlo ricorriamo più o meno coscientemente (ma sempre) a una data visione-archetipo della realtà, che trova predisposizione in una personale soluzione alchemica fatta di cultura, intuito, talento naturale e vita trascorsa. Per esempio, chi ha ormai maturato una certa dimestichezza con il pentagramma e ha interiorizzato come le note siano energia-pensiero che vibrando si propagano per onde e si fissano nel nostro modo d'intendere, spesso interpreta i processi della realtà per mezzo di quella visione-archetipo che gli studiosi del cognitivismo definiscono musicofania. Vale a dire, una visione del mondo in base a cui un qualsiasi processo è recepito, analizzato, giudicato e talora persino formalizzato scientificamente in base alle regole della tecnica e dell'esecuzione musicale.
Basti pensare agli astrofisici che studiano la musica dell'universo o ai fisiologi che associano gli organi principali del corpo umano a ognuna delle sette note, così definendo le armonie o disarmonie di uno stato di salute in base al soddisfacimento di date scale musicali.
Premesso ciò, si può capire che se uno frequenta contemporaneamente i mondi della musica e dell'accounting finisca presto o tardi per restare vittima di una specifica forma di musicofania, la quale consiste in generale nel maturare sensibilità per l'analisi armonica dei bilanci, ma che di questi tempi riguarda anche lo spartito dei principi contabili internazionali Ifrs-Ias.
Per spiegare come mai in tale spartito abbondino incongruenze tecniche e stonature esecutive dovrei andare ben oltre lo spazio disponibile (mi riferisco a gravi contraddizioni sinfoniche tra taluni standard, a evidenti eccessivi spazi vuoti in materia di trattamento contabile, a certi esempi ufficiali come negli Ias 12 e 39 la cui soluzione è platealmente steccata anche se pochi hanno poi l'ardire di fischiare i musicisti del Board, nonché a una traduzione in italiano qua e là un po' troppo "allegro andante" rispetto all'aplomb del testo inglese).
Sicché mi limito ad esprimere un'opinione di fondo a cui mi ha indotto quella personale e ahimè incurabile musicofania che mi affligge. In breve: i musicisti dello Iasb, componendo lo spartito dei principi contabili, avranno saputo anche arrabattarsi con la chiave di Sol, ma hanno sottovalutato bellamente la chiave di Fa!
Intendiamoci, se uno ha in mente di comporre Fra' Martino campanaro e non andare oltre, allora la cosa è ampiamente accettabile. Non altrettanto però se l'ambizione è il Flauto magico oppure The wall (fra Mozart e i Pink Floyd fate voi, per me pari sono).
Il fatto che allo Iasb pare non amino andare sotto il rigo centrale (un Do) degli undici che in realtà formerebbero uno spartito onnicomprensivo (come si adottava secoli addietro) non è privo di conseguenze se si pensa a che cos'è la chiave di Fa e quale funzione-missione svolge. Infatti la chiave di Fa esprime quelle note basse che – pur in sottofondo, e perlopiù sfuggenti all'orecchio del profano – danno energia vitale al processo musicale (soprattutto se polifonico) garantendone una prefissata euritmia (particolarmente nel crescendo o nel diminuendo del fraseggio) e una corretta distribuzione dei compiti a chi deve eseguire in chiave di Sol, nonché riempiendo vuoti che suonerebbero stucchevoli.
La chiave di Fa ha cioè una funzione ancillare rispetto al senso e ai significati del fraseggio-processo musicale, assente la quale il lavoro dei solisti manca di senso della sinfonia, con il rischio di perdersi in personalismi magari virtuosi ma sottilmente isterici.
Ciò posto, se si legge lo spartito del sistema-processo dei principi Ifrs-Ias è impossibile non accorgersi di come gli accordi e le tonalità in chiave di Sol (basti pensare alla logica sfidante del fair value e all'enfasi opportuna sui processi di armonizzazione contabile) non siano sostenuti da una necessaria chiave di Fa, che nel concreto consiste di "capacity to comply" e si articola in almeno tre scale di basso: La minore, cioè training and experience; Mi minore, cioè reaching a critical mass of demand for relevant skills; Si minore, cioè financial sustainability of capacity development mechanisms.
Anche nell'accounting è bene ricordare con Voltaire che "chi non ama la musica è doppio".