I nuovi confini della sovranità
Per decenni, i confini tracciati dall’Unione europea sono stati principalmente economici. Oggi sono sempre più politici. Il controllo degli investimenti esteri, la regolazione dei sussidi stranieri, gli strumenti anti-coercizione, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, gli obblighi di due diligence: non servono soltanto a difendere condizioni di concorrenza eque. Proteggono le infrastrutture critiche, vigilano sui capitali sostenuti da Stati terzi e preservano lo spazio di politica interna dell’UE da pressioni esterne.
L’unione doganale mediava interessi commerciali che gli Stati membri erano, nel complesso, disposti a delegare. I nuovi strumenti di “riconfinamento” arrivano molto oltre. Si estendono alla sicurezza, alla salute pubblica, all’approvvigionamento energetico, agli appalti per la difesa: ambiti che gli Stati hanno a lungo considerato parte del proprio nucleo sovrano. Il punto non è che questi temi fossero assenti nei Trattati, ma che ora sono diventati pratica.
La pandemia è stata un catalizzatore. Il meccanismo di acquisto ed esportazione dei vaccini ha reso la salute pubblica un ambito in cui l’Unione ha ridefinito i confini verso l’esterno. Allo stesso tempo, il superamento delle barriere interne ha smantellato ostacoli nazionali alla circolazione di beni essenziali. La solidarietà energetica richiede oggi che le decisioni sull’approvvigionamento di gas in un Paese siano valutate anche in base ai loro effetti sui vicini. Nel caso OPAL, la Corte ha dato sostanza giuridica a questo principio imponendo una valutazione relazionale degli interessi: il rafforzamento di un interesse europeo alla sicurezza energetica non esonera dal considerare gli interessi di specifici Stati membri potenzialmente colpiti, in particolare la Polonia. Nuovi strumenti di appalto comune nella difesa aggregano la domanda tra Stati che non condividevano tradizionalmente una catena di approvvigionamento per le munizioni. Interessi che un tempo giustificavano deroghe nazionali alla libera circolazione vengono ora riformulati come azioni collettive europee. La sovranità non scompare: si riconfigura.
Sfruttare il peso collettivo
All’esterno, l’Unione innalza barriere. All’interno, le abbassa creando quadri unitari che sfruttano il peso politico e la forza di mercato collettiva degli Stati membri e dei loro partner più stretti. Acquisti congiunti, controlli coordinati, regolazioni armonizzate sono strutture istituzionali pensate per rafforzare funzioni centrali dello Stato e costruire leva strategica. Questi sviluppi vanno oltre la classica integrazione di mercato. Indicano una forma più esigente di cooperazione, in cui agli Stati membri è chiesto di agire insieme non solo per liberalizzare gli scambi, ma per sviluppare capacità e scala.
La sovranità, in questo contesto, subisce una riconfigurazione relazionale. Ogni Stato membro è chiamato a tenere conto degli interessi degli altri. I controlli effettuati in una capitale devono considerare vulnerabilità che attraversano i confini. La solidarietà energetica implica che nessuno Stato possa trattenere le forniture mentre le infrastrutture di un vicino sono in difficoltà. Il risultato è più ambiguo di un semplice trasferimento di poteri alle istituzioni comuni: la sovranità viene limitata in alcuni casi e rafforzata in altri.
Esiste però un rischio più vicino. Gli strumenti di riconfinamento dell’UE che si basano sulle strutture degli Stati membri possono innescare indesiderati processi di riconfinamento interno tra gli stessi Stati membri. Si rischia di risvegliare tendenze regressive.
Oltre il muro
“Il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, scriveva Gramsci. Un interregno di questo tipo caratterizza oggi l’integrazione europea. Continuità delle forniture, sicurezza delle infrastrutture e preparazione comune stanno diventando preoccupazioni centrali di questa nuova fase.
Ma tracciare confini è un processo, non un punto di arrivo. Una comunità politica non si costruisce solo attraverso controlli, accumulo di scorte ed esclusione. Si costruisce anche decidendo come distribuire oneri e benefici. Se l’Europa cerca oggi sicurezza nelle infrastrutture comuni, nell’energia e nella difesa, deve anche affrontare le questioni distributive che questi progetti sollevano.
La svolta recente non è solo difensiva. Può anche contribuire a consolidare l’Unione come comunità politica, spingendo gli Stati membri a considerare alcune vulnerabilità e capacità come europee, e non semplicemente nazionali. Eppure il sostegno economico non coincide con la solidarietà politica. Il primo sembra essere avanzato più del secondo.
È qui che l’attuale svolta potrebbe ancora indebolirsi. L’UE riesce a creare nuovi strumenti più facilmente di quanto riesca a costruire un consenso duraturo per il loro utilizzo. Gli strumenti giuridici si sviluppano probabilmente più rapidamente della solidarietà necessaria a sostenerli. E tuttavia questa solidarietà non è più assente: ha iniziato a prendere forma istituzionale, sebbene in modo parziale e contestato. La questione è se questi nuovi confini resteranno semplicemente linee difensive, o se contribuiranno anche a plasmare un ordine più ampio oltre di essi.