I morsi della congiuntura segnano anche i miti
L'anno appena conclusosi verrà probabilmente ricordato come il peggiore anno per la finanza dopo la crisi del 1929. In questo desolante scenario, uno dei (tanti) miti che sembra crollare è il fatto che il settore del lusso sia davvero resilient, ovvero sia effettivamente capace di costituire un porto sicuro per investitori a caccia di protezione grazie ad aziende largamente insensibili alla congiuntura del mercato.
Perfino Hermès, tra i brand più esclusivi dell'alto di gamma, ha dato prova nel terzo quarter del 2008 di subire largamente l'impatto del rallentamento dei consumi (e gli analisti finanziari delle principali banche di investimento hanno condiviso un sostanziale pessimismo sul titolo con giudizi unanimi di underperform).
In altre parole, il mercato finanziario ha costituito nel 2008 più un vincolo che un'opportunità per le imprese della moda e del lusso, e probabilmente continuerà su questa linea per tutto il 2009.
La contestuale compressione dei multipli di borsa del settore cui si è assistito ha poi fatto sì che, da un lato, le aziende che avevano in progetto operazioni di initial public offering (come ad esempio Prada e Ferragamo) optassero per un posticipo della quotazione e, dall'altro, chi era già sul mercato iniziasse a considerare il delisting come un'opzione concreta o comunque mettesse in atto operazioni di buy-back.
In sintesi dunque, la crisi sta certo avendo come diretta conseguenza per le imprese una maggiore difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie e un più elevato costo del capitale.
Ma a ben guardare, l'aspetto manageriale più critico è in realtà il riflesso sugli attivi.
In primo luogo infatti le aziende si troveranno costrette a ridurre le spese per investimento (cosa che molti player del settore hanno già annunciato per il 2009), ma soprattutto dovranno essere più selettive nella valutazione dei progetti di investimento per poter innescare meccanismi di creazione di valore.
Questo significherà prestare maggiore attenzione a profili quali la gestione del capitale circolante, il contenimento dei costi operativi e il controllo del canale retail.
Non solo: con tutta probabilità questo si tradurrà anche nella necessità di ridurre gli investimenti in intangibili, che si sono dimostrati gli investimenti con maggiori difficoltà di generare payoff e tempi di recupero più lunghi.
Anzi, a ben vedere qualcosa di simile sta già accadendo. Sul fronte della crescita esterna infatti, in Italia, le operazioni di merger and acquisition, in calo su tutti i settori, hanno fatto registrare un trend calante anche nel comparto moda e lusso e contestualmente si è assistito a una generale contrazione dei multipli da transazione, che in questi business sono tradizionalmente molto elevati. L'enterprise value su Ebitda è passato da oltre 12x a un valore medio inferiore a 10x (Fonte: Osservatorio M&A, Università Bocconi).
Anche i multipli da transazione quindi sono diventati single-digit, a suggerire che, oltre a comprare meno aziende, si è diventati più cauti nel pagare (o stra-pagare) marchi e asset intangibili di presunto "inestimabile" valore.
Quali prospettive dunque per le aziende del lusso? Se da un lato è ragionevole attendersi un ritorno al core business e alla crescita organica, dall'altro le prospettive globali di medio termine di questo comparto sembrano ancora fare della crescita e del consolidamento un driver primario. E ciò delinea un quadro in cui investitori specializzati come i fondi di private equity potranno trovare interessanti opportunità di investimento... purché il loro orizzonte temporale sia sufficientemente lungo da guardare ben oltre l'anno che è in arrivo.