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Gianfranco Piantoni, il professore che scrive di sport

, di Davide Ripamonti
Dopo una lunga carriera in Bocconi, insegnando strategia aziendale a diverse generazioni di giovani manager, è adesso coordinatore del Master Fifa. Dove può parlare di sport, la sua grande passione

Piantoni formale

Volto e look da professore, parlantina sciolta ed eloquio raffinato. Un passato non certo da sportivo praticante, anche se quattro calci a un pallone, come tutti in Italia, li ha tirati. Eppure Gianfranco Piantoni,coordinatore dell’International Master in Management, Law and Humanities of Sport, che coinvolge la Sda Bocconi, la De Montfort University e l’Università di Neuchatel sotto l’egida della Fifa, di sport sa tutto. Anzi, è uno di quei lettori, come confessa Candido Cannavò nella prefazione dell’ultima fatica letteraria di Piantoni (Diritto allo stadio, Edizioni Vita & Pensiero), che costituiscono l’incubo di ogni direttore di giornale, pronti come sono a segnalarti ogni minimo errore in un articolo che parla dello sport meno diffuso al mondo.

“Ho iniziato a scrivere libri di sport grazie a Claudio Demattè: è stato lui a lanciarmi questa sfida”, ricorda Piantoni. Era il 1997 e in Bocconi Piantoni era docente di strategia aziendale.

Non è il singolo sport a essere importante per Piantoni, capace di passare con disinvoltura dalla storia greca all’ultimo mondiale di ciclismo. Protagonista nel suo libro, attraverso racconti, aneddoti e riflessioni, è “lo” sport per i valori e gli insegnamenti che sa impartirci, lo sport che, come dice l’autore, “ti rende evidente la filigrana della vita”.

Piantoni sportivo

“Lo sport aiuta a costruire un sogno, a guardare avanti, a esplorare. Ti dimentichi subito di quello che hai vinto e hai perso, ciò che conta è quello che c’è ancora da vincere. Anche un’impresa ragiona così”, continua Piantoni, “pianifica il budget e le proprie strategie, poi si pone degli obiettivi, l’utile per esempio. Nella vita si procede per analogie”, riprende Piantoni, “le imprese guardano i modelli sportivi e le istituzioni sportive vanno a vedere come lavorano le imprese. In una squadra, per esempio, ci sono differenze di nazionalità, età, livello retributivo, che rendono impossibile ragionare per obiettivi comuni”, spiega Piantoni, “ognuno cerca di consolidare e rafforzare la propria posizione. E questo anche quando la squadra è coesa. Anche un giovane laureato che va in azienda si comporta così, vuole lavorare bene, guadagnare, fare carriera, costruire il proprio sogno”.

Lo sport di Piantoni non è solo quello dei grandi professionisti, è anche quello delle migliaia di appassionati senza nessuna velleità, quelli che speravano di diventare famosi e non lo sono diventati. Oppure che lo erano e ora non lo sono più. Ma lo sport ha senso anche quando non si raggiunge il traguardo desiderato perché “aiuta a scoprire, a leggere, a decodificare. Insegna a consumare le forze non per guardare indietro ma per andare avanti”, dice ancora Piantoni, “se si raggiunge questo risultato, che è poi la verità con se stessi, anche un percorso sportivo che non approda alle terre desiderate diventa un’autentica scoperta”.

Il rapporto con il passato, il proprio vissuto, è differente nel mondo dello sport e in quello dell’impresa, dove non c’è spazio per il mito. “Nel mondo aziendale esiste solo la razionalità”, riprende Piantoni, “tranne qualche rara eccezione, l’azienda non costruisce i propri miti, come fa invece lo sport. Se inviti uno sportivo a chiudere gli occhi e a raccontarti ciò che vede, di sicuro ti racconterà la propria emozione legata alle gesta di un grande campione, perché il passato, a volte, può diventare emozione”.

Perché un campione, proprio come un grande libro, è senza tempo: “I classici”, scrive Piantoni in Diritto allo stadio, “sono quei libri che, giunti a noi da tempi lontani, quando li leggiamo, sembrano scritti per noi in quel preciso momento”.