Francesco, sull'Everest per aiutare i bambini del Nepal
Quando avrà portato a termine la sua impresa, avrà scalato i sette picchi più alti dei sette continenti. Francesco Rovetta, 41enne alumnus Bocconi, milanese ma adottato da San Francisco, dove è advisor di alcune società attive nel settore del web, è ideatore di Summit Stories, un'iniziativa che mette insieme la sua passione per la montagna con il desiderio di lasciare un'impronta stabile anche nel sociale. Per ognuna delle sette cime che sta scalando, Francesco raccoglie fondi per sostenere progetti di educazione per i bambini di organizzazioni non profit locali. Tra le cime da affrontare, non mancherà la madre di tutte le montagne, l'Everest. Francesco ci andrà in aprile e la sua missione servirà ad aiutare la Nepal Youth Foundation, che accoglie bambini in situazione di miseria lottando contro la piaga della schiavitù minorile.
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Francesco Rovetta sul |
Rovetta, una laurea in economia politica in Bocconi nel 1996, ha dato il via a Summit Stories circa un anno e mezzo fa e adesso è a quota quattro: "Durante il 2013 ho scalato l'Aconcagua, in Argentina (6.962 metri), il Kilimangiaro (5.895), il Monte Elbrus in Russia (5.642) e la Puncak Jaya (4.884) in Indonesia. I prossimi obiettivi sono l'Everest (8.848), il Monte McKinley negli Stati Uniti (6.194) e il Vinson Massif in Antartide (4.892). Quest'ultima missione, però, al momento, è rimandata, visto che non è facile trovare una non profit da supportare in loco!". A metà dell'opera, Francesco sta già sviluppando una fase successiva del suo progetto sportivo-filantropico: "Mi piacerebbe che Summit Stories continuasse anche dopo il completamento delle sette missioni, che diventi un progetto di partecipazione e di sostegno sociale non più circoscritto a singole spedizioni".
Ma come ci si prepara per raggiungere la vetta più alta del mondo? "Fondamentalmente con la preparazione mentale", racconta Francesco. Chiaramente, l'allenamento fisico specifico è vitale, "ma la vera difficoltà da affrontare è la lacerazione psicologica che si può provare lassù. Si tratta di restare due mesi in alta montagna, in una regione brulla, con temperature di -40 gradi, vento e valanghe spaventose, lontano dai propri affetti. Senza un'adeguata forza d'animo non si resiste". Francesco non è nuovo, comunque, a questo genere di imprese e di momenti difficili ne ha passati diversi in alta quota. "Ricordo l'ascesa al Chopicalqui in Perù, una cima di 6.400 metri tutta di ghiaccio, con pareti di 70 gradi di pendenza. O ancora l'attacco alla cima dell'Aconcagua, l'anno scorso in Argentina. Ho dovuto attendere per giorni a -30/-40 gradi e alla fine ho dovuto abbandonare. Ho poi saputo che a causa delle condizioni meteo altre spedizioni hanno riportato dei feriti o terminato in condizioni non fortunate". Quando sei bloccato a sei-settemila metri, con il 50% di ossigeno disponibile rispetto al livello del mare, "ti rendi conto di quanto sei debole e di quanto la forza della natura si realizzi nella sua immensità. Non c'è nulla che tu possa fare se non mantenere il controllo". E, se non c'è altro da fare, la cosa importante è non intestardirsi a voler portare a termine la missione. "Il viaggio in montagna", conclude Francesco, "deve sempre essere un viaggio di andata e ritorno".