E se, alla fine, ne risultasse un capitalismo migliore?
La convinzione che prevale tra gli economisti è che i paragoni tra la crisi attuale e quella degli anni '30 siano errati. Il dato che viene citato riguarda la contrazione della produzione e del reddito, che si avvicinò al 30% durante la Grande Depressione. Niente di paragonabile a quello che viene previsto per il 2009, in cui l'economia mondiale dovrebbe crescere intorno al 3%. I paesi più colpiti dovrebbero accusare riduzioni di produzione dell'1-2%.
Uno scenario troppo ottimistico? È impossibile dirlo, ma vale la pena attirare l'attenzione sulla dinamica della crisi, che è in accelerazione. La produzione industriale in Giappone è calata rapidamente, con il dato di settembre che mostra una riduzione del 3% rispetto al mese precedente. Gli indici sulle previsioni dei direttori degli acquisti, barometro importante della crescita, si sono avvicinati a 30, ben al di sotto del valore di 50 che funge da spartiacque tra espansione e recessione. La disoccupazione è aumentata ovunque: i posti di lavoro persi negli Usa potrebbero a inizio 2009 superare abbondantemente 1,5 milioni; in Spagna si teme che la disoccupazione potrà salire nei prossimi mesi dall'11% al 15% come conseguenza della crisi nel settore immobiliare. Le vendite al dettaglio sono calate ovunque.
I governi di tutto il mondo hanno appena iniziato a reagire, varando programmi di politica fiscale di dimensioni inusitate, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Cina e Giappone. L'Europa ha assunto una posizione conservativa, con un piano da 200 miliardi di euro, pari a circa l'1,5% del prodotto. Una prova di fiducia o l'esigenza di fare di necessità virtù? Forse la seconda, tenendo conto dell'entusiasmo con cui la Bce ha tagliato il costo del denaro lo scorso 4 dicembre. Una mossa inusitata per la sua dimensione (0,75%), che tradisce la preoccupazione della banca centrale. È quindi tutta colpa del Trattato di Maastricht, che impedisce agli stati europei di tagliare tasse e aumentare spese per centinaia di miliardi di euro? Data la tendenza di molti politici ad aumentare la sfera d'influenza dello stato a ogni occasione, forse sì. Ma vale la pena di aggiungere: per fortuna!
È curioso che si pensi di uscire da una crisi generata dall'eccesso di debito totale (pubblico e privato) aumentando il debito pubblico. Un eccesso di debito è conseguenza dell'eccessiva mole di risorse che è stata spesa nei decenni scorsi. Che senso ha pensare di uscire dalla crisi riproponendo, moltiplicandole, le logiche che hanno contribuito a farci entrare nella crisi? Il capitalismo è un buon sistema di allocazione delle risorse, quello che alla prova dei fatti ha funzionato meglio, ma presenta difetti. La crisi attuale è l'occasione per ripensarne la struttura, correggendo i problemi.
Questo vuol dire modificare la governance, migliorare la regolamentazione, estendere le regole di redistribuzione delle risorse diminuendo i sussidi nascosti e le rendite da posizione.
Anche in campo economico ci sono molteplici possibilità. Il problema ambientale è un ovvio candidato: la distruzione delle risorse naturali ha ormai ridotto la qualità della vita di buona parte della popolazione, le infrastrutture sono vecchie e pericolose. L'istruzione può essere migliorata ovunque. Certo, molte di queste esigenze appartengono alla sfera dell'azione pubblica: è l'occasione per approfittare di un momento in cui l'avversione all'intervento pubblico è ai minimi storici (per necessità, non certo per convinzione) per dirigere le risorse dove la produttività sociale è più elevata, preparando le condizioni per una progressiva sostituzione dell'intervento pubblico con quello privato non appena la situazione lo permetterà.
Per un piano così imponente non bastano due mesi, forse neanche due anni. Per questo non ha senso affrettarsi a dissipare risorse pubbliche solo per rallentare la caduta degli indici economici. Meglio ragionare, in un contesto di coordinamento internazionale, sulle esigenze future e preparare gli strumenti migliori. Nei prossimi libri di storia, la crisi iniziata nel 2008 potrà anche essere interpretata come l'occasione per migliorare la qualità della vita di tutti. Un'occasione ancora nelle nostre mani.