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E' l'ora di ripensare la moneta

, di Massimo Amato - professore associato di Storia economica
Basta invocare una nuova Bretton Woods, adesso si deve agire

Una volta passata (come, poi, e a quale prezzo?), ciò che si dirà in futuro della crisi che in questo momento imperversa non dipenderà solo dalla sagacia dei suoi interpreti postumi, ma anche dal discernimento di cui daranno prova coloro che ora sono chiamati a farvi fronte. Noi economisti, in particolare. E tuttavia, facendo leva su un diffuso quanto vago sentimento di scontento, si è levato un grido: "Silete economisti, la soluzione della crisi non è compito vostro". La riforma del sistema finanziario deve essere sottratta ai tecnici e riconsegnata ai politici. Anzi, a qualcosa di più. Il ministro Tremonti si è trovato a dire che "non dobbiamo definire un confine fra lo stato e il mercato" ma "individuare un confine fra ciò che è etico e ciò che non lo è" (Il Giornale, 1 ottobre 2008). Addirittura. Un compito così alto merita di essere ben ponderato. Lo faremo prendendo le mosse dal motto "silete economisti".

È un'espressione strana, latina solo a metà, posto che in latino "economista" si direbbe publica bona administrandi peritus: esperto nel trattare ciò che, pur riguardando tutti, non è di nessuno. Ha però una dignità storica. Nasce nel Cinquecento, come monito rivolto a una corporazione allora importante quanto oggi gli economisti: "Silete theologi in munere alieno": tacete, moralisti, su un compito che vi è estraneo, ossia tacete in materia di politica. Ma qual è il munus alienum degli economisti, e quale il loro compito proprio? Keynes, fino a oggi quasi dimenticato e da oggi sulla bocca di tutti, diceva nel 1931: "Il mio obiettivo è di porre le questioni economiche in secondo piano... A mio avviso, gli economisti, al momento la corporazione scientifica più incompetente, saranno nondimeno per i prossimi venticinque anni gli scienziati più importanti al mondo. C'è da sperare che, qualora riescano nel loro compito, non abbiano più alcuna importanza".

Stando all'importanza politica e ideologica degli economisti, da allora costantemente aumentata, almeno fino a questa crisi, bisognerebbe concludere con Keynes che abbiano mancato clamorosamente il loro compito. Ma, appunto, quale?

Non certo, per Keynes, quello di insegnare agli stati come spendere i soldi che non hanno. Questa è un'arte che gli stati conoscono da quando esistono. Ed è per consentir loro di esercitarla meglio, ripagandone il privilegio con un sostegno alla rendita finanziaria e alla crescita economica, che i mercati finanziari quali noi li conosciamo sono sorti alla fine del Seicento in Inghilterra.

L'inondazione di liquidità internazionale in dollari, che è alla radice della presente crisi dei mercati finanziari, è stata resa possibile dal rapporto nevralgico che la creazione di moneta ha avuto con l'espansione del debito, pubblico ed estero, americano. Il "Greenspan put" ha reso possibili tanto l'ascesa di Google e di Internet quanto l'escalation delle operazioni belliche, secondo la stessa logica che storicamente, grazie proprio all'assurda forma assunta dal sistema monetario internazionale con gli accordi Bretton Woods, è stata alla base della capacità americana di sostenere insieme una guerra fredda e una crescita economica assai calda (i "favolosi trenta", come ormai si chiamano nostalgicamente gli anni dal '45 al '73).

No. Il compito mancato dagli economisti è più fondamentale. In quanto esperti di publica bona, essi avrebbero dovuto dire come debba essere istituito quel bene pubblico per eccellenza che è la moneta. Bretton Woods non vi è riuscita, nonostante le indicazioni di Keynes. Se ci si sforzasse di pensare, la "nuova Bretton Woods", che sempre più spesso s'invoca, potrebbe provvedervi. Se, da economisti, si riuscisse a concepire una moneta internazionale che non sia una merce, ma una misura per gli scambi, si sarebbe svolto un compito politicamente cruciale. Che non sta nel tracciare un confine fra ciò che è etico e ciò che non lo è, ma fra ciò che è economico e ciò che sembra soltanto esserlo.