Dai fatti alle priorità di politica culturale
L'azione di comuni e province all'interno del settore culturale italiano si è sviluppata, negli ultimi anni, attraverso la gestione diretta dei musei d'interesse locale, delle biblioteche civiche e dei teatri comunali, nonché attraverso la realizzazione di manifestazioni, festival e attività di vario tipo.
Dal punto di vista manageriale questi enti sono stati i veri protagonisti del rinnovamento del settore attraverso l'adozione di logiche e criteri di azione ispirati a principi di efficacia ed efficienza, attraverso la creazione di 'aziende' autonome per lo sviluppo e la promozione di attività culturali e del tempo libero oppure con la creazione di forme di gestione associata o reti culturali fra comuni o istituzioni culturali locali.
I dati sulla spesa (spesso, per la verità, frammentati o non aggiornati) sottolineano ulteriormente il protagonismo di questi enti. Infatti, le elaborazioni sui rendiconti statali e regionali segnalano la tendenza (immutata dagli anni '80) di un maggior impegno nelle politiche culturali da parte degli enti locali rispetto al livello nazionale e regionale. In particolare, mentre l'incidenza della spesa statale non raggiunge l'1% del totale della spesa pubblica per le attività culturali, la spesa da parte dei comuni incide per il 2,8% nel 2000 e per il 3,7% nel 2005 evidenziando un trend di crescita nel tempo.
Oltre a un'eterogeneità di sforzi fra diversi livelli di governo, l'Italia vanta una rilevante eterogeneità nella distribuzione della spesapubblica culturale pro capite a livello territoriale. Se la spesa pubblica pro capite nazionale si assesta infatti a 53 euro, le differenze territoriali sono macroscopiche: si passa dai 258 euro pro capite della Valle d'Aosta ai 13 della Campania. Soprattutto nelle regioni a statuto ordinario si conferma l'impegno dei comuni come primi finanziatori della spesa. Comuni e province coprono, in media, il 74% della spesa pro capite per l'arte e la cultura.Questi dati, per quanto incompleti e parziali, evidenziano come si sia nel tempo realizzato un 'federalismo' sostanziale nel settore culturale.
Infine, a completare questo quadro, va rilevato che la spesa consiste prevalentemente in sussidi all'offerta dimensionati, nella maggior parte dei casi, su base storica. Molto rari (se non inesistenti) sono i modi di finanziamento alla domanda sotto forma di voucher o buoni e le modalità di finanziamento indiretto alla cultura attraverso agevolazioni ed esenzioni fiscali per le donazioni private.
Questi fatti suggeriscono un cambiamento di prospettiva nelle politiche culturali italiane. Se in passato il focus di tali politiche è stato quello di puntare sulla riforma del ministero per i beni e le attività culturali, sulla tutela del patrimonio e dell'identità nazionale e sull'aziendalizzazione delle istituzioni culturali nazionali come musei e pinacoteche, sarebbe opportuno oggi inaugurare una stagione di riforme finalizzate a ridurre le disparità territoriali, a creare maggiori incentivi all'intervento di privati e a supportare e rendere tra loro coerenti le politiche culturali dei territori locali.