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Cultura e architettura, le relazioni pericolose

, di Anna Merlo - supervisore scientifico del Master in management dello spettacolo della Bocconi e ricercatrice presso l'Universita' della Valle d'Aosta
Quando il contenitore prevarica sul contenuto, si compromette la sostenibilità economica delle iniziative

Troppo grande per essere piccolo, troppo piccolo per essere grande: così si dice, in gergo teatrale, per indicare una sala tra i trecento e gli ottocento posti. Come quelle da cinque-seicento posti, pezzatura ben difficile da riempire con la prosa, non parliamo poi di certi generi musicali, e per contro la più inefficiente per quei titoli della lirica che qualche migliaio di persone le attirano sempre, e del tutto insufficiente per spettacoli quali il cabaret e il musical. Insomma: i costi fissi di una sala medio-grande, con i ricavi di una sala piccola.

Sono alcuni esempi di quanto le caratteristiche strutturali, architettoniche, dei luoghi in cui si svolgono attività culturali possano incidere non solo sulla resa artistica stessa, come ben sanno gli artisti, ma anche sulla buona riuscita della cultura in quanto prodotto, ivi comprese le implicazioni economiche.Le relazioni tra cultura, architettura ed economia possono davvero essere virtuose o viziose, eppure tale triplice combinazione non è a tutt'oggi oggetto di attenzioni specifiche e strutturate. Se già il fare cultura dovrebbe essere concepito non come fine a se stesso bensì al servizio delle persone, certamente il fare cultura è il fine al cui servizio devono essere gli spazi a ciò deputati. Eppure anche l'architettura, che a parere di chi scrive mai dovrebbe farlo, tende invece non raramente a concepirsi anch'essa come fine a se stessa, come se le attività da svolgersi debbano adattarsi alle strutture e non anche il contrario. Per dirla secondo un noto dibattito: musei-contenitori verso musei-contenuti. Sia ben chiaro: nulla contro i musei-contenuti (soprattutto quando non ci siano grandi contenuti in mostra... ). Semplicemente, è una questione di 'mandato'. A questo punto all'economista e al manager (neppure loro del tutto e sempre immuni dal concepirsi come fini a se stessi!) non resta che destreggiarsi tra le sfavorevoli conseguenze di tutto ciò: in poche parole, scarsa efficacia e scarsa efficienza.Eppure, ora che tanti grandi teatri della tradizione ottocentesca, certo non segnata da preoccupazioni economiche, sono stati oggetto di ristrutturazioni e ammodernamenti, si vede bene quali possono essere i vantaggi ad esempio del poter tenere allestiti contemporaneamente due o tre spettacoli, del poter governare gli effetti scenici con un limitatissimo numero di addetti, del disporre di spazi più versatili e più potenti, quindi più produttivi e perciò comunque più efficaci e anche più efficienti.Il rimedio sarebbe tutto sommato semplice: promuovere l'interazione tra parte artistica, parte architettonica e parte economico-gestionale. Arrivando così a delle realizzazioni in cui le caratteristiche strutturali siano congegnate in maniera tale da consentire le migliori realizzazioni artistiche alle migliori condizioni di efficacia ed efficienza. Forse un po' difficile, soprattutto per primedonne e archistar, però quanto è più razionale e onesto? Senza dubbio, per fare ciò si rende ora necessario scandagliare in maniera dettagliata e approfondita le relazioni tra le tre dimensioni, un campo a tutt'oggi pressoché inesplorato sul confine tra almeno tre discipline, e formulare dei paradigmi capaci di trasformare delle relazioni pericolose in correlazioni virtuose.