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Creatività, la sfida delle città contemporanee

, di Luca Martinazzoli e Beatrice Manzoni - ricercatori dell'Ask, il Centro di ricerca Art, science and knowledge della Bocconi
Festival, biennali e musei sono insufficienti come progetti di rigenerazione urbana, perché fanno leva solo sul consumo, l’intrattenimento e lo svago e dipendono dai finanziamenti

Tra le tante etichette che si appiccicano oggi alle città, c'è anche quella di 'creative'. Come un mantra si mastica negli uffici di amministratori e policy maker che provano a risollevare le sorti di agglomerati urbani al centro di un profondo processo di ristrutturazione economica e fisica. È una moda, globale, che spesso superficialmente si è intromessa nella discussione sul futuro delle città. Se ne discute in questi mesi anche in una Milano che fatica a trovare il ruolo da assegnare alla cultura.

Quando si parla di 'città creative' comunemente s'intende un modello di sviluppo urbano largamente trainato dalla presenza di quella che Richard Florida chiama classe creativa.Con il desiderio di attirare e soddisfare questa popolazione si assiste al proliferare di festival, biennali, musei e progetti di rigenerazione urbana ancorati a forme di svago e consumo culturale.

Il pensiero classico, che vede la città come infrastruttura necessaria per la produzione economica in grado di crescere grazie ai posti di lavoro viene invertito a favore di un modello urbano dove il driver di sviluppo è proprio il consumo culturale.

Sarà probabilmente la crisi a mettere in luce i limiti di questa visione, in primis legati alla sostenibilità di iniziative largamente finanziate da denaro pubblico e dal real estate. E poi per il fatto che una politica legata semplicemente ai consumi rischia di essere cosmetica, senza incidere profondamente sullo sviluppo occupazionale della città e sulla sua identità culturale.Se si vuole continuare a parlare di città creativa, è allora necessario interrogarsi sui processi che le stanno plasmando consapevoli che la creatività e l'innovazione non si comprano. Sappiamo che per la prima volta nella storia dell'umanità più del 50% della popolazione del pianeta vive in un agglomerato urbano. Anche le città nei paesi sviluppati, dopo alcuni decenni in cui mostravano segni di sofferenza e spopolamento, sono tornate a crescere.

Le città, piu o meno creative, nascondono trasformazioni socioeconomiche nuove, che hanno cambiato radicalmente il tessuto produttivo, e difficilmente si possono spiegare solo con la questioni dei consumi. Si assiste infatti all'emergere di un ruolo crescente dell'economia culturale e cognitiva nelle grandi metropoli. Si è insinuata nel tessuto produttivo delle città e sta ridisegnando intere aree, insediandosi tra gli avanzi di quello che era il tessuto industriale e nei decaduti centri storici.

La nascita di stili e forme di narrazione innovative è spesso ancorata a questi specifici contesti urbani, che producono immaginari in grado di definire l'identità di quartieri, di interi pezzi di città.

In questi spazi si costruiscono linguaggi che alimentano le industrie creative e danno senso a gruppi sociali, forse anche alla 'classe creativa'.Grazie alla capacità di generare capitale simbolico, le industrie culturali e la popolazione creativa hanno facilitato la rigenerazione urbana, costruito nuove geografie culturali, sviluppato nuovi modi di abitare.

Proprio in questi contesti la produzione di immaginari dà forma e significato alle città creative. Sono allora due le possibili azioni intorno a cui costruire il futuro di città legate alla creatività e alla cultura. C'è lo sviluppo di politiche orientate all'insediamento di attività produttive culturali che proprio nello spazio urbano trovano le condizioni socioeconomiche per crescere.

C'è poi lo sviluppo di politiche culturali in grado di incubare la produzione di immaginari, valorizzando quelle produzioni artistiche, anche marginali, che prendono forma fuori dai contesti istituzionali.

Certo, le città hanno dinamiche complesse, e si trovano oggi ad affrontare sfide legate alla globalizzazione, ai flussi migratori, alla crescente disuguaglianza legata al mercato del lavoro. Ma la capacità di negoziare la creatività tra forme di incubazione spontanea enuove forme di produzione culturale e cognitiva, è forse una delle sfide a cui difficilmente le città possono sottrarsi.