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Corriere della Sera: sulle sue pagine un secolo e mezzo di storia di Milano e d'Italia

, di Stefano Baia Curioni
Il quotidiano di via Solferino compie 150 anni: un giornale che, nato nella Milano industriale di fine Ottocento, ha attraversato repressioni, fascismo, ricostruzione repubblicana, terrorismo, crisi finanziarie e rivoluzione digitale, restando un nodo decisivo tra economia, potere e formazione dell’opinione pubblica

Esiste un legame, non sempre ben compreso, tra la “qualità” di un tessuto sociale urbano e la “quantità” dei processi di sviluppo industriale. Un legame rappresentato dai modi in cui la città - grande e complessa struttura di mediazione - connette mercati, strutture produttive, servizi, governo e informazioni. Tra i tanti nodi che compongono questa struttura un ruolo fondamentale è svolto dall’istituzionalizzazione e dalla custodia dell’ambiente in cui si formano le pubbliche opinioni. Un processo delicato, la cui salute o la cui corruzione determinano le condizioni in cui pensieri e progetti, conflitti e pacificazioni prendono forma influenzando i destini dell’intero paese.

Milano, nella storia complessa dei suoi contributi allo sviluppo economico italiano, ha saputo custodire il Corriere della Sera.

Il Corriere nasce a Milano nel 1876. Il contesto è quello di una città governata da una élite aristocratica, finanziaria e industriale storicamente relativamente più aperta rispetto a Venezia e Torino. La città, anche grazie al successo di Manzoni e alla vitalità dei suoi teatri, ha maturato una scena editoriale, letteraria, giornalistica e musicale, che, già negli anni Settanta, si presenta come una forza nuova rispetto ai centri editoriali tradizionali della penisola, Firenze e Torino in particolare.  

Sonzogno – che sarà poi il grande editore musicale concorrente di Ricordi - già da quasi vent’anni aveva fondato il Secolo, ma nella sua scuderia esiste anche dal 1859 la Perseveranza, mentre il foglio La Lombardia è il quotidiano in cui si forma Torelli Viollier prima di fondare il Corriere.  Milano, cresciuta tra il mondo serico del nord e la grande agricoltura del sud, accoglie imprenditori innovativi, soprattutto nel mondo tessile, e si prepara ad ospitare aziende grande dimensione e impatto, in particolare la meccanica e la siderurgia, che in trent’anni produrranno i grandi quartieri industriali della città.  

La fondazione di Comit negli anni Novanta e la crescita del settore finanziario vanno a completare un sistema che si rivela fondativo per lo sviluppo del paese. E’ proprio in quel mondo produttivo, che rappresenta il più potente motore trasformativo della città, che si innestano elementi di radicalità politica e culturale che sfociano nei moti repressi alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento. 

Il Corriere già dal 1885 è proprietà di una famiglia di grande borghesia industriale, i Crespi, destinati a reggerne le sorti fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Nel 1898, di fronte all’inaspettata violenza della repressione di Bava Beccaris, finisce la direzione di Torelli Violler. Il Corriere smette di essere un giornale locale, come anche la città che lo ospita, e assume un ruolo nazionale. Milano diventa capoluogo industriale, e in questa funzione deve ospitare luci ed ombre, dalla generosità filantropica tradizionale al nuovo massimalismo socialista, dall’industrialismo borghese pervaso da una moralità quasi protestante all’avanguardismo futurista. E, in una città piena di contraddizioni, alla direzione del giornale va Luigi Albertini, segnando un’epoca di passioni democratiche e di fervori patriottici e interventisti. 

Milano condivide in modo sempre più netto i destini del paese, e così dal 1926 alla seconda guerra mondiale il giornale viene catturato dalla pressione del governo fascista che impone le dimissioni di Albertini e trasforma il Corriere in un organo di regime. Solo dopo la guerra si riprende una direzione autonoma schierandosi nel 1946 in modo apertamente favorevole alla Repubblica e assumendo un ruolo di garanzia democratica e filogovernativa.

Arrivano poi gli anni Settanta, la Milano operaia è scossa da tensioni sindacali senza precedenti, la rivolta studentesca coinvolge le università, si radicano estremismi e violenze sconosciute. Giulia Maria Crespi inaugura una stagione di protagonismo della proprietà che si avvia con l’allontanamento di Giovanni Spadolini dalla direzione e con l’arrivo di Piero Ottone che apre agli editoriali appassionati e radicali di Pierpaolo Pasolini e, quindi, alla diaspora polemica di Montanelli che apre il Giornale catturando una parte più tradizionalista dei lettori.

Tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta la vicenda del Corriere si lega drammaticamente con una delle stagioni più buie e incerte della Repubblica. L’omicidio Moro, la proprietà debole e finanziariamente al collasso con Angelo Rizzoli, il tentativo di cattura da parte di Tassan Din e poi il disastro dell’Ambrosiano, allungano ombre sull’indipendenza del giornale a cui risponde con decisione il gruppo di poteri industriali e borghesi che si raccoglie attorno a Mediobanca, che fonda il gruppo RCS e regge la linea editoriale del Corriere nella lunga competizione con Repubblica che accompagna tutti gli anni Novanta.

E’ ancora una volta Milano, e la sua élite finanziaria, che chiama a raccolta le risorse industriali private nazionali per custodire un nodo importante della democrazia. Una scelta storicamente rilevante e generosa, che si accompagna alla nomina di una serie di direttori di grande professionalità, da Paolo Mieli a Ferruccio De Bortoli, che sono chiamati ad un confronto anche duro con i governi successivi al dramma di Mani Pulite. 

Arriva infine il tempo del grande confronto globale con la rete e la formazione di un mediascape globale che accompagnano il Corriere verso l’acquisizione di Urbano Cairo nel 2016. 

Le grandi sfide e le grandi svolte di Milano si sono quindi tutte riflesse nella storia di questo giornale e lo stesso si può dire delle virtù e dei limiti della democrazia italiana, la cui esistenza si è destreggiata negli ultimi ottant’anni tra contraddizioni feroci. Una città e una condizione politica  che possono essere anche duramente criticate, che hanno mostrato limiti, come il loro più rappresentativo quotidiano, ma che restano, ancora oggi, un argine fondamentale alla crisi populista della sfera pubblica italiana, alla semplificazione dei dibattiti, alle crescenti difficoltà di un paese a mantenere vivo il rapporto tra economia e democrazia, un rapporto che in molti luoghi del mondo contemporaneo si va fatalmente allentando. 

STEFANO BAIA CURIONI

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche