Con la bad bank ritorna la fiducia
I risultati trimestrali annunciati da Goldman Sachs (oltre 1,8 miliardi di dollari) e JP Morgan Chase (2,1 miliardi di dollari) sembrano aprire speranze agli investitori, da mesi delusi dalle performance economiche degli intermediari finanziari globali. Questi segnali di ripresa non cancellano tuttavia quelli di Ubs (oltre 2 miliardi di euro di perdite) e i mercati sono poi stati informati delle perdite di Citigroup, che indicano la permanenza dei problemi che minano la solidità della banca americana.
Nel complesso, sembra che la crisi finanziaria non sia ancora completamente riassorbita, specie nei paesi, Stati Uniti e Regno Unito in testa, in cui la crisi si è sviluppata. In questo quadro, gli interventi fatti negli ultimi mesi dai governi e dalle banche centrali in uno sforzo di coordinamento senza precedenti sono stati quasi esclusivamente orientati alla ricapitalizzazione degli intermediari finanziari.In alcuni casi, tale ricapitalizzazione è stata tanto forte da determinare una vera e propria nazionalizzazione delle banche, vedi i casi di Fortis in Belgio e di Royal Bank of Scotland nel Regno Unito. La filosofia sottostante a questo tipo di interventi è piuttosto semplice. A fronte di un certo ammontare di attività detenuto dalle banche e del loro effettivo o presunto livello di rischiosità, il capitale proprio disponibile (sia in termine di capitale di base che di capitale supplementare) è considerato insufficiente. Si rende quindi necessaria una rilevante azione di deleverage. Non è un caso che molte dichiarazioni dei ceo delle principali banche internazionali, italiane incluse, rimarchino con costanza i tentativi di potenziare il total capital ratio e il core Tier I ratio e di riportarli a livelli accettabili da parte degli investitori. La strategia di deleverage deve trovare supporto politico e governativo quando il mercato è particolarmente freddo e non disposto a ricapitalizzare gli intermediari. Il problema a cui spesso non si è data risposta, e che originariamente era stato intuito dal precedente segretario al Tesoro americano Hank Paulson, è perché "il mercato non sia disponibile a fornire nuovi fondi alle banche e quindi a svolgere la funzione attualmente trasferita alla mano pubblica". La risposta è che nessun investitore razionale è disposto a investire le proprie disponibilità in un'attività finanziaria di cui non riesce a stimare il livello di rischio. Traslato sulle banche viene da dire che nessun investitore conosce il grado di tossicità dell'attivo delle banche nelle quali è chiamato a conferire capitale di rischio. La soluzione della bad bank, cioè la creazione di un veicolo nel quale far confluire gli attivi problematici delle banche e opportunamente capitalizzato da operatori privati e governi, agisce a monte del problema. Mentre il deleverage affronta la composizione del passivo bancario e il grado di leva finanziaria, la bad bank agisce sulla rischiosità dell'attivo, liberando le attività buone da quelle cattive. Si tratta di un principio elementare in finanza tale per cui due attività con caratteristiche molto diverse vengono apprezzate meglio dagli investitori quando vengono separate.In questo modo, gli investitori più propensi al rischio potrebbero coscientemente investire in asset rischiosi della bad bank richiedendo una remunerazione per il rischio coerente mentre quelli più conservativi potrebbero continuare a investire nella banca ripulita senza richiedere rendimenti sul capitale investito troppo elevati. Certamente il modello della bad bank non è così semplice e pone il delicato problema del prezzo a cui cedere gli asset problematici. Ma questo è un dettaglio tecnico più che una questione di filosofia sottostante, che non fa venire meno la riflessione relativa alla minore attenzione posta dai governi a questa soluzione che potrebbe risolvere invece il tema della sfiducia che tuttora avvolge i mercati finanziari nel loro rapporto con le banche e gli altri intermediari finanziari.