Ci vogliono 50 anni per riavere acqua azzurra, acqua chiara
I media italiani danno molto spazio ai rischi ambientali quando, come nel caso della spazzatura di Napoli, si trasformano in emergenze. Meno attenzione ricevono vicende di inquinamento cronico, sparse in tutte le regioni italiane, che creano rischi sanitari ben più gravi di quelli dei rifiuti urbani.
Un esempio. L'area industriale Caffaro, sorta nel 1907, si trova all'interno del tessuto urbano di Brescia. Varie produzioni chimiche si sono avvicendate nel tempo, dalla soda caustica ai Pcb (policlorobifenili), dagli insetticidi all'ammoniaca, dall'acido nitrico ai concimi.
L'area è dotata di un impianto di depurazione che scarica nella Roggia Fiumicella, un affluente del fiume Mella.
Oltre un secolo di attività ha provocato un vasto inquinamento delle acque e dei terreni intorno allo stabilimento. Gli inquinanti principali sono i Pcb e le diossine. La zona inquinata, che si trova a sud dell'area e misura oltre 500 ettari, è stata oggetto di ripetute ordinanze comunali che vietano non solo la coltivazione, ma anche l'aratura, gli scavi e qualunque attività che comporti rischi di inalazione. La zona include giardini privati e aiuole pubbliche; i residenti a rischio sono circa 20.000.
Di recente, tracce di Pcb e diossine sono state rinvenute nel latte delle mucche bresciane alimentate con foraggio locale.
In alcuni dei terreni inquinati la concentrazione di diossina ha raggiunto livelli pari a quelli di Seveso dopo il noto incidente degli anni Settanta. Nel sottosuolo dello stabilimento Caffaro, la concentrazione è addirittura sei volte maggiore. Inoltre, gli inquinanti minacciano di raggiungere la falda che assicura l'approvvigionamento di acqua di Brescia. Secondo alcuni dati, già ora l'acqua potabile di Brescia presenta un eccesso di tetracloruro di carbonio, un agente tossico che provoca danni al sistema nervoso centrale.
Paradossalmente, l'unico modo per scongiurare l'inquinamento della falda è proseguire l'attività nello stabilimento, che emunge grandi volumi di acqua e contribuisce a confinare la falda sotto gli strati contaminati.
L'area Caffaro di Brescia è solo uno di oltre 50 siti di interesse nazionale che richiedono interventi urgenti di bonifica. A essi si affiancano oltre 150 altri siti gravemente inquinati e circa 4.000 siti minori bisognosi di intervento. Purtroppo, le opere di bonifica in Italia si distinguono per l'estrema lentezza. Nel caso di Caffaro, negli ultimi 12 mesi c'è stato un solo stanziamento (da parte del ministero dell'ambiente), mirato a risanare terreni che ammontano a meno dell'1% della zona inquinata.
Perché questa lentezza? In parte, è un problema di inefficienza pubblica. I poteri per le bonifiche sono divisi fra vari livelli dello stato; la mancanza di organi di coordinamento provoca conflitti fra gli enti, negoziazioni estenuanti, ricorsi giudiziari e blocchi dei lavori. In parte, gli ostacoli vengono dai soggetti privati, che hanno pochi incentivi a collaborare a interventi di bonifica i cui beneficiari principali sono esterni (i residenti e le attività economiche che possono avvantaggiarsi dal recupero del territorio). Fra l'altro, molti degli attuali soggetti privati hanno ereditato l'area industriale da bonificare da aziende delle vecchie partecipazioni statali, che fecero un uso selvaggio dell'ambiente negli anni in cui l'inquinamento era considerato un costo accettabile dello sviluppo economico e dei posti di lavoro. Per dare un'idea della lentezza delle bonifiche nazionali, oggi la spesa annuale (pubblica e privata) per le bonifiche non supera un miliardo di euro, a fronte dei 50 miliardi che si stimano necessari per risanare i siti inquinati italiani. Al ritmo attuale ci vorranno 50 anni per completare le bonifiche, nell'ipotesi ottimistica che le contaminazioni esistenti non si allarghino e che le aree industriali italiane non svelino nuovi scheletri nell'armadio.